L ‘opinione / Mostre e marketing personali


10419573_584905858341069_8810184413390909230_nE’ lecito domandarselo: sono troppe le mostre che si tengono a Lodi e d’intorni? È altresì lecito chiedersi: in che modo le troppe mostre a carattere personale e temporaneo possono rientrare nella valorizzazione dell’immagine culturale di una città?
Gli interrogativi implicano naturalmente la valutazione dei rapporti di forza e delle motivazioni che stanno alla base di queste esposizioni “personali” e che spesso beneficiano di risorse locali. Valorizzano solo la visibilità dell’ artista-espositore o rispondono anche alla “domanda” dei cittadini fruitori?
È possibile che proprio il rinnovato accento posto sulla valorizzazione (leitmotiv offerto in decine e decine di “passerelle” che animano “l’orgia boriosa” delle inaugurazioni) possa aver contribuito a creare un eccesso di momenti espositivi in virtù di quella malintesa equazione secondo cui la valorizzazione della produzione artistica personale si ottiene con un’esposizione o, per contro, valorizza esponendo e mettendo in mostra, spesso senza avere alle spalle un linguaggio, un numero di opere selezionate significativo, senza partecipare a un discorso narrativo qualitativamente certo, o disporre di altri elementi di stimolo e curiosità.
L’ ambiguità potrebbe essere superata magari impedendo a questo automatismo (mostra=valorizzazione) di diventare abitudine, per aprire frequentemente agli stessi artisti, le porte degli spazi espositivi pubblici e privati e imponendo al concetto di valorizzazione del tessuto culturale cittadino quella valenza effettiva di miglioramento dello status e quindi anche della sua fruibilità, che non si ottiene e non significa solo esporre o mostrare.
Pensare che le mostre siano tout court alternative alla mancanza di gusto, da stimolare educazione, conoscenza, approfondimento, ampliamento di orizzonti eccetera, è pura ingenuità.
Se non si tiene conto della “qualità” dell’arte prodotta, delle diverse sorgenti, dei contenuti e, non ultima, della necessità di evitare, nella progettazione e nella realizzazione delle esposizioni, di dare ripetuta vetrina agli stessi autori, si rischia di trasformare i momenti espositivi in un disvalore, di svuotare di contenuto lo strumento mostre. Anche se immaginiamo è cosa assai difficile  localmente riuscire a respingere le velleitarie aspirazioni  di quegli attori che da sempre monitorano il gradimento con le relazioni personali.
Il pericolo non è forse le troppe mostre che con la loro uniformità rischiano di annullare ogni gerarchia e differenza. Il pericolo è più nella diffusione dei prodotti di dubbio standard, senza modalità linguistiche (esteticamente parlando).
La virtuosità non è insomma nel numero più o meno alto, ma nella qualità delle proposte o dell’ “offerta”; nel loro sapersi configurare, sicuramente come strumento per promuovere  la produzione artistica individuale, ma nello stesso tempo costituire l’occasione per arricchire attraverso il piacere, l’emozione e la novità il quadro generale. Svolgendo in concreto quel paradigma disciplinare che vede nel confronto stilistico e nella connessione di opere distanti per orientamento e ricerca, la propria più significativa esplicitazione.

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