Il disegno nell’arte di Luigi Volpi (1937-2009)


LUIGI VOLPI: "Autoritratto" a pastello

LUIGI VOLPI: “Autoritratto” a pastello

Una mostra di disegni, può generare (oggi) anche inganni. Benché nessuno possa contestare al disegno di rappresentare una certa facoltà ideativa, prima o nell’atto di realizzare un’immagine e quindi di prender parte al processo strutturale espressivo.
Fino al dopoguerra nelle accademie e negli istituti d’arte l’anatomia era considerata la forza attiva del disegno. Ma quando “il finito” ha perso definitivamente ogni suo significato ideale, il disegno è divenuto una “applicazione”. Dimenticata l’anatomia gran parte degli artisti si sono accontentati di suggestionare l’occhio attraverso dinamismo, articolazione, prospettiva eccetera. Con tale delizioso gioco il disegno ha colmato l’attrazione perduta. Oggi che la pittura è da considerare più un veloce riflesso di un “qualcosa” e l’occhio, disabituato alla forma, s’è avvezzato all’istante, il disegno ha smarrito i suoi precedenti “pieni poteri”. Per questo una mostra di disegni di un artista contemporaneo rischia di esporsi all’ incognita del distacco da quegli altri elementi che l’ attualità attribuisce alla sfera del gusto e delle sue combinazioni, dove si incontrano altre esperienze, incanti, irritazioni tecniche, invenzioni, suggestioni eccetera.
Su queste “letture” naturalmente non si riconosceva Luigi Volpi, che il disegno e le tecniche progettuali le aveva insegnate al Cova ed era solito avvalersene in pittura e in grafica per muovere piani, sollevare verticali e orizzontali in profondità e in superficie; per penetrare lenticolarmente i soggetti e dar loro validità poetica. Lo diceva lui stesso: il disegno è un “congegno di precisione”, una macchina attraverso la quale controllare l’opera, dosare la minore o maggiore intensità degli effetti, portare a galla le nascosità.
Se l’uomo Volpi era un comunardo anarchico in rotta con le formule politiche e partitiche del suo tempo, il Volpi-artista ha sempre serbato punti di incontro con formule figlie dell’accademia, almeno dopo aver praticato negli anni ’60 esperienze che parevano avvicinarlo a certi autori britannici (si vedano, in mostra, gli inchiostri su carta che imprigionano figure e stati d’animo), e, più tardi ( anni’70), avere indagato (con Fabrizio Merisi) la condizione dei malati negli istituti psichiatrici ( ricordiamo in merito due sue mostre, al Vanoni e al Gelso mentre all’Angelo offrono testimonianza alcune tecniche miste e matite). Volpi si era poi spostato sul “privato” (lunga la serie degli autoritratti, delle figure femminili, dell’ex-moglie Ida, di gruppi familiari), aveva preso a strizzar l’occhio ad alcuni esponenti della “Metacosa” (ritratti, figure, interni, cose), per approdare infine a un ecclesiastico bergamasco del Seicento di nome Baschenis, al monaco spagnolo Juan Cotàn e al copista umbro-marchigiano Carlo Magini, tre autori di incredibili nature morte prodotte in serie.
Nei disegni ultimi del lodigiano si ritrova rifletta la loro stessa rigorosità statica. Facile per un “maestro d’arte” quale lui era (diplomato al Venturi di Modena), nelle cui opere tutti gli elementi di spazio e misura si riconoscono in interi repertori costruttivi, disposti con ordine, pulizia, gioco, ed elevati fuori dei limiti del sensibile. E’ in tale contesto che il disegno di Volpi trova la sua logica: i blocchi fanno parte degli spazi ed anche quando l’atmosfera mostra elasticità le legature restano solide, le ambientazioni non scomponibili, gli spessori aderenti, ogni cosa impiegata col giusto peso al giusto posto.
I disegni dell’ex-Angelo possono procurare qualche esitazione, ma aiutano a comprenderne il linguaggio plastico, la lettura compositiva (viene da dire speziale), la feconda accuratezza e precisione (si vedano gli inchiostri dedicati a Pisa, a san Paolo a Ripa d’Arno e alcuni pastelli), che lo differenziato nella produzione figurale locale.
Mossi da un contesto imperativo costruttivo, non presentano ghirigori. Segno che corrispondono alla necessità della rappresentazione, all’immagine. Volpi poi sapeva mantenere distanza dal gioco astratto delle forme e anche dall’illustrazione. Per lui il disegno estrinsecava la prima idea, apriva la porta a quel che sarebbe venuto, a ciò che avrebbe potuto convincerlo come pittore. Tra i lodigiani è stato sicuramente uno dei più dotati disegnatori; praticando il disegno senza sforzo né arcaismi. Niente voli lirici, anche quando ricorreva al pastello e all’acquerello, ma rigore plastico e pratico. Il che non significa che nel fresco autocontrollo non siano intercettabili situazioni e simboli: tavoli, teschi, utensili, frutti e verdure, arnesi… Negli interni, c’è un portare la figura all’Inizio, a cogliere la scissione dove l’Uno è interrogato dall’Altro.

Luigi Volpi (1937-2009) Disegni –Chiesa dell’Angelo, via Fanfulla 22, Lodi – Orari: da martedì a venerdì:16-19, sabato domenica e festivi:10-12, 16-19 Fino al 25 aprile.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , ,

Lascia un Commento:

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: