Franco Razzini, una mostra amarcord


RAZZINI locandinaNegli ultimi vent’anni la fotografia è diventata un fenomeno economico e comunicativo, più complesso di quello che poteva essere due decenni prima. Oggi è parte del sistema dei media; le fiere e le mostre non sono più ristrette agli addetti ai lavori, sono eventi. La società è travolta da milioni di immagini e da messaggi fotografici che ascoltarli si rischia d’essere travolti dalle contraddizioni. Certo, la cultura contemporanea è fatta di interferenze e influenze reciproche. La mostra di Franco Razzini allo spazio Bipielle, coraggiosamente e in modo quasi incosciente, sembra volersi sottrarre, ma per interesse e dote naturale è figlia del suo tempo: non ha come punto di riferimento l’immagine globale, ma quella locale; propone e documenta un’ età all’uncinetto, fatta di memorie del passato e nostalgie: di quando i fiumi esondavano e obbligavano la gente a mettersi gli stivali; principe dei mestieri era il lavoro manuale; le insegne sui negozi quasi tutte di bar, empori, panifici, drogherie, parrucchieri; le barche rimanevano ancorate agli ormeggi, la festa patronale vissuta come un evento corale, le curiosità non erano quelle etniche ma le “macchiette”, i tipi bizzarri e originali che facevan parte del tessuto popolare; l’ economia era organizzata attorno al latte e al lavoro nei campi; la piazza principale – il “salotto democratico” -, non conosceva il “mordi e fuggi”; i telefoni fissi funzionavano a gettone, erano usati con sobrietà, niente a che vedere con le e-mail e i cellulari.
Centinaia di immagini alla Popolare portano l’attenzione su un periodo storico, dal 1965 al 1975; a una sorta di amarcord, in cui l’elemento autobiografico si sposa con quello corale e popolare: “io mi ricordo”, “quello lo riconosco”, “guarda, è mio nonno”: una sorta di “univerbazione” che rievoca in bianco e nero e in “chiave nostalgica . La mostra è stata divisa in sezioni: Mungitori, Agricoltori, La piazza, Nevicate, Vie del centro, San Bassiano, I mestieri, Macchiette, Ritratti, Stazione centrale, L’Adda, Torretta…dove i protagonisti,  salvo eccezioni (Age Bassi, l’ex-sindaco Allegri, Kilu il direttore del Rinascimento, Rivolta il regista, Maffi il pittore, Rossi il barman…) sono figure di contorno, non solo le macchiette (Dionisio Durbans, Vicenzino, Scaricabarozzi…), ma anche i tipi (Zucchi il macellaio, Pampanin la gelataia, il parrucchiere di piazza Zaninelli, Zucchelli il furmagé, Boccardi il ciclista, Medaglia il cartulé…) delineano un tempo in cui si parlava di foto “fatte da sole”, in cui c’era molto candore, molto entusiasmo e poesia.
Allora Razzini fotografava seguendo una specie di rituale, senza cercare di dare un senso anticipato allo scatto, cercava soltanto di “vedere” e  “cliccare” su quel che vedeva. Gli era sufficiente essere presente per ottenere con scioltezza una fotografia chiara e precisa, senza bisogno d’altro. Nel suo laboratorio di via Ada Negri, la fotografia “odorava” degli  acidi usati nello sviluppo, raccoglieva lentamente e inconsapevolmente l’ evoluzione della città, attraverso tradizioni, abitudini, costumi, cortili, strade, volti della gente, il legame con le nebbie, con il tempo, la neve.  Ma spostata sull’amarcord, anche una buona mostra corre rischi. Il sentimento e la poesia sottraggono facilmente alla verifica degli elementi apprezzativi di natura fotografica. In questa fa affiorare la differenza che esiste tra le pellicole sviluppate direttamente da Razzini e che aprono il percorso della mostra, in cui si può apprezzare la superficie sensibile visualizzata nella struttura rispetto gli ingrandimenti e copie ricavati da fotogrammi. dove si può arrivare alla percezione della grana.

 

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