Le icone di Ettore Zocchi, una finestra sul sacro


ZOCCHI Ettore 2L’arte dell’icona è una finestra aperta sul mondo del sacro, ma anche sulle culture che l’hanno generata: orientale, bizantina, greca, rumena, russa, slava. Padre Emiliano Redaelli, quand’era ancora rettore al collegio San Francesco ricorreva per indicarla alla espressione “scrittura”; una stesura diffusa da artisti per far vibrare le corde della componente spirituale dell’arte. Nell’alaudense gli iconografi che fanno della qualità estetica uno strumento di conoscenza e diffusione della religione non mancano. Se oggi l’icona sacra è conosciuta e apprezzata sul territorio parte lo si deve al defunto Virginio Fogliazza, archimandrita del Patriarcato di Antiochia, teologo, già insegnante di lettere e di dottrina sociale al Seminario di Lodi che, dopo una lunga permanenza a Prato, una volta tornato a Lodi fu direttore del Museo Diocesano di Arte Sacra e a San Gualtiero promosse numerose iniziative culturali tra cui “La Cattedra” e la Scuola di iconografia orientale. Dei diplomati di quella scuola, Ettore Zocchi è oggi tra quelli che vantano un significativo ruolo nella pratica di quest’arte particolare e impegnativa.
Pittore autodidatta, dedito allo sport tennistico, ex agente rappresentante ed ex tipografo, Zocchi vi si dedica con particolare dedizione, alternandola a quella più dilettevole della pittura ad olio, del disegno e dell’acquerello con cui realizza paesaggi, illustrazioni, ritratti e, con alternanza, raccoglie soddisfazioni. Nella iconografia sacra, il linguaggio espressivo ha invece spessore disteso. L’icona è una struttura, un involucro ben identificato di mestiere, probità e idee. Con le icone Zocchi raccoglie consensi tranquilli, almeno da una decina d’anni. Si è già presentato con successo alla Libreria Rizzoli in galleria a Milano, all’Incoronata e al Museo di Arte Sacra a Lodi, alla Chiesa di San Giorgio alla Maccastorna, a San Colombano, all’oratorio dei santi Bassiano e San Fereolo e, ultimamente, alla Caffetteria dell’Albarola oltre che in numerose altre esposizioni individuali e collettive.
L’artiere-artista pensa, immagina, opera nei limiti che la scrittura iconica esige. Gesù, Maria, i Santi del registro bizantino sono entrati a far parte del suo repertorio, rispettando con testardaggine e personalità le procedure tecniche che tradizione e linguaggio reclamano: il trattamento collante, l’essicazione, l’applicazione del bolo e dell’oro in foglie, la lucidatura e il fissaggio, i colori di fondo miscelati con tuorlo d’uovo, l’applicazione secondo tonalità, il completamento della stesura dell’icona, l’essicazione, quindi l’asciugatura della vernice opaca. Una coerenza di equilibrio che rivelano oltre che la “necessità interiore” la necessità didattica della forma e il rispetto della teologia della figurazione. In Zocchi l’opera non è “disturbata” da composizioni incongrue. C’è equilibrio tra la materia e la forma della rappresentazione. L’immagine della Madonna con Bambino ( es. la “Madonna nera”, la “Madonna del Latte”, la “Madonna della tenerezza Elusa”, la “Madre di Dio delle tre mani” eccetera) è uno dei temi fondamentali con cui egli interpreta la sacralità e la dolcezza del rapporto tra una madre e il proprio figlio Accanto alle icone di Gesù e a quelle che riportano episodi dei vangeli ( es. la “Presentazione di Gesù al Tempio”, il “Crocefisso di Panierino”, “Sant’Antonio”, Simone Theotokos” eccetera), il repertorio è arricchito da altri soggetti su tavole di massello levigate.
Oggi, che viviamo immersi in una cultura di materialismo e utilitarismo, la produzione di Zocchi muove “controcorrente”, dimostra come fede e arte possono stare insieme, abbiano entrambe la capacità di mediare il connubio tra la bellezza interiore del mistero e la sua visibilità.

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