Ettore Archinti scultore (1878-1944)


Ettore Archinti imagesPiù di settantenni fa (esattamente 72 anni fa), moriva nel campo di concentramento nazista di Flossembur lo scultore Ettore Archinti, sacrificatosi per salvare un milanese padre di sette figli. Nel suo caso la morte o il Signore, non arrivarono come ladri, secondo le parole della Scrittura anzitempo e inattesi. Al grande viaggio Archinti era preparato. Quando i tedeschi sfondarono l’uscio del suo studio di via Regina Margherita egli aveva già vergato l’ultimo messaggio: “Coraggio, miei cari. L’amore è eterno ed io resterò sempre con voi”. A quella partenza si era preparato con la sua condotta di vita: la fede socialista, l’obiezione di coscienza, il carcere all’Asinara, l’impegno come sindaco, il rifiuto di ogni assolutismo e delle guerre, l’attenzione agli umili, l’amore “cristiano” per il prossimo.
A parte lodevoli recenti iniziative,  l’interesse per Archinti artista sembra si stia abbassando sul territorio. Sarà anche credibile che il ricordo non può essere una esternazione infinita, ma avere memoria dell’opera prodotta da artisti dignitosi e capaci, autori di minuti passaggi densi d’emozioni umanitarie è importante perché nel ricordare c’è la trama che conduce a “costruire” l’interesse: all’irrinunciabile passaggio dello studio, della ricerca, all’approfondimento.
E’ vero, Archinti-artista non presenta una tecnica particolare, non ha prodotto opere di fortissima tensione lessicale da solleticare l’attenzione di studiosi e di semiologi. La critica e la semiotica interpretativa non hanno probabilmente grande terreno per contributi di natura saggistica. E’ stato artista di tecnica dignitosa, di disciplina ( non cieca) che ha praticato una scultura di linguaggio.  Il complesso dei prodotti che il Museo alla Callista ha meritevolmente iniziato da tempo a raccogliere e a catalogare con impegno, mette  in luce solo parte degli elementi qualitativi della sua esperienza. Sarebbe interessante approfondire il ruolo da egli avuto come “artista”, verificando la sua personale esperienza formale all’interno della storia della scultura lombarda. In particolare di quel clima definito “Scapigliatura” prima e “Post-scapigliatura”poi. Tenendo fermi alcuni paletti: per esempio che quando l’Archinti si avviò all’arte la “Scultura lombarda” aveva già dimenticato il Dupré e il Vela e veniva accusata dallo storico Cecioni di “fiacchezza”. Non solo, ma  si erano ben allargate le radici di quello stile “pittorico” che si trovavano nelle snervate sculture del Bazzarro, del Trubetzzkoy, del Bistolfi.
Più che richiami a certi bozzetti del Grandi , che la morte colse nel 1894 quando Archinti era ancora un ragazzo sedicenne e si era appena iscritto alla Scuola di Brera, indicazioni si potrebbero ricavare dalla ritrattistica di Paolo Trubetzkoy. Ben altri sono però i testi che per lezione e contenuto egli sembra collegato. Ci riferiamo in particolare ad Enzo Bizzarro, suo professore di scuola e membro di quel comitato che sancì la designazione del busto del maestro Giovanni Agnelli da donare al Museo Civico  e che gli riconobbe un’ “indole artistica”, “visione del vero”, “coscienziosa ricerca della forma”. Con il Bazzarro l’Archinti non è stato però sempre in sintonia totale. Se attrazioni si rintracciano in diversi bozzetti, per quanto riguarda l’unità e la struttura plastica, nelle opere monumentarie il maestro distrusse ogni vigore di forma (si veda il Monumento Branca al cimitero monumentale di Milano) e lanciò una sfida alla staticità ricorrendo a figure che si legano aeree, mentre l’Archinti si espresse con una plastica che nei monumenti cimiteriali (es. le tombe Enghelmajer e Baroni)) è di scarso vigore anche se sopravvivono caratteri di sofferta umanità nei volti del Cristo e di Maria.
Tutto ciò non a caso. Nel suo esaurirsi la “scuola lombarda” si era acclimatata in una sorta di romanticismo bonario e moderato. A quella disposizione “intimista” era inevitabile corrispondesse una plastica di forza più sfumata, morbida alla quale l’Archinti aderì o si fece catturare. Ciò imporrebbe di vedere più in là delle opere quando esse vengono mostrate. Opportuna (se possibile) sarebbe  un’indagine dei suoi lavori e schizzi di Londra e di Vienna e degli studi eseguiti in Olanda.
L’attribuzione di bozzettismo non pare comunque impropria. Anche se non mancano lavori in cui l’Archinti risulta interessante. Sono quelli in cui sembra avere superato il momento naturalistico e vinto le rigidità e il corpus della precettistica classica. Una cosa è certa: la lezione del Rosso “non lo ha sfiorato”. Archinti non è arrivato ad eliminare totalmente ogni convenzione formale di scuola. In alcune cere (“Dono”, “Meditazione”), può avere trovato la materia adatta a modellare senza peso. Ma la scultura dei propri sogni, la scultura dell’attimo luminoso resta quella in cui meglio ha espresso la vita quotidiana, nelle dimensioni del suo spirito, delle sue esigenze morali e umane.

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