GINO CESARETTI, “Lucido e Buio”


Cesaretti 4 fotoAnche lui, Gino Cesaretti, classe 1917, contrasse quella che i critici chiamarono la “malattia dell’anima”, l’epidemia del Novecento conosciuta con nomi vari. Walter Pedullà ne ricorda alcune nevrosi: “l’indifferenza di Svevo, l’anima disoccupata di Savinio, il montaliano male di vivere e il male invisibile di Gadda”… In Cesaretti era il dare coerenza a storie umane tese a cercare il “senso dell’esistere”.
Lo scrittore è morto il 13 dicembre a Bobbio piacentino a 98 anni, ma il giornalismo letterario, troppo preso su altri fronti, gli ha destinato attenzioni poco più che sbrigative; poche note, tutt’altro che vettori di orientamento in quei giorni in cui era fresca l’ uscita da Bolis nella collana “Letture del Novecento” di Lucido e Buio e il Comune di Bobbio aveva pochi giorni prima inaugurato il Fondo dello scrittore alla Biblioteca civica. Romanziere, giornalista, poeta di origini lucchesi Cesaretti raccolse i primi giudizi favorevoli e lusinghieri da Elio Vittorini ed Eugenio Montale, poi da Giuseppe Pontiggia e Maria Corti. Ma altri continuarono a considerarlo un capo del settore tecnico-scientifico della Mondadori più che uno scrittore. Sicuramente è stato anche questo, però in un intreccio essenziale e coeso di altre cose. I suoi scritti offrono una mappa di consonanze e coesistenze, di luoghi e “goethiane affinità elettive” dice Daniela Marcheschi di “Kamen’“, che allo scrittore dedica un’ampia nota introduttiva. Non solo narratore, ma anche poeta: di “intonazione ragionativa”, lo definì Amedeo Anelli tre anni fa su queste stesse pagine recensendo “Attese e disattese”; descrivendo un poeta che si nutriva “ nella modernità di tradizioni classiche”. Come scrittore esordì quarantenne con “I pipistrelli” nella prestigiosa collana “I gettoni” di Einaudi diretta da Elio Vittorini e fu subito tra i “selezionati” del Premio StregaVittorini, che a modo suo differenziava fra libri che si fanno conoscere “stanza per stanza” e libri dove il lettore non va oltre la porta d’ingresso, ragionando con Calvino proprio di Gino Cesaretti e del suo dattiloscritto, tirò fuori l’idea di un «romanzo come un labirinto», dove «non sai quale sia l’uscita, quale l’entrata», dove «hai tante uscite (una infinità di porte e di stanze)» e «non ti stanchi mai di camminare.» Cesaretti si avviò alla carriera giornalistica con “L’Europeo” di Arrigo Benedetti per passare a “Risorgimento liberale” e a ” Il Mondo” di Mario Pannunzio. Lasciò poi il giornalismo per il campo editoriale e finì caporedattore del settore scienza e tecnica della Mondadori, dove curò collane e opere enciclopediche. Ma rimase sempre con la testa “nel romanzo”, dove mettere con l’ingegno della scrittura un pizzico di ironia e dare notizie rivelatrici di sé stesso. Oltre l’ einaudiano “I pipistrelli”, altri importanti libri uscirono con l’editore Parenti: “Il sole scoppia” (1960), romanzo ambientato a Milano, e “Il violino del pilota” (1962), una raccolta di racconti che ha per sfondo Lucca. A difenderne la memoria di intellettuale e letterato e lo stile contribuisce ora dopo una gestazione pluridecennale“Lucido e Buio”, introdotto da Daniela Marcheschi che aiuta a leggere insieme i diversi filoni (una ventina di capitoli, suddivisi in tre parti per complessive 270 pagine) e mette in risalto i tratti di “forza sorprendente” e le sintesi del “percorso avventuroso”. CESARETTI Lucido e Buio“Lucido e Buio” è ricco di personaggi e di presenze. Al lettore è possibile riconoscere tratti  di Pea, Viani Tobino e, forse, di altri. “Lucido e Buio” è romanzo avvincente, efficace: fatto di parole di poche intonazioni emotive, ricco di scioltezza, una scrittura elegante e “qualche leggera venatura vernacolare” colta dalla Marcheschi. Che vuol significare lucido e buio? Tenendo insieme scienza e letteratura, lo chiarisce, nella prima parte del romanzo, Adele Lappona, la domestica istruita coinvolta nell’educazione e nei compiti di casa di Filippo Vannucchi, il protagonista del libro : “Ciò che era apparente e caldo lo chiamava lucido e ciò che apparente non era definiva buio; ma ciò che era buio e caldo era lucido anche: perché – ripeteva lucido e buio hanno in comune la proprietà del calore”. Dipana la Marcheschi: “il vortice degli eventi individuali e collettivi, la ricerca del bene e l’orrore del male, affetti e risentimenti, le ragioni delle scelte e l’imponderabile, gli inganni e disinganni […] che si intreccia inestricabilmente con l’oscurità degli istinti e dell’incomprensione di ciò che è o accade”. “Lucido e buio”, appunto.

Il Libro: Gino Cesaretti: Lucido e Buio, romanzo , Nota introduttiva di Daniela Marcheschi, postfazione di Paolo Cesaretti, Bolis Edizioni, 2015, pagg. 272,  € 18

 

 

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