Vittorio Beonio Brocchieri (1908-1979), un pittore quasi dimenticato


Vittorio Beonio Brocchieri al "Fanfullino d'oro"

Vittorio Beonio Brocchieri al “Fanfullino d’oro”

Vittorio Beonio Brocchieri studioso di problematiche politiche, filosofo volante, viaggiatore, giornalista, narratore e scrittore è noto; quello dedito a matita e pennello invece è rimasto in ombra, sconosciuto ai più. Eppure l’arte ha avuto grande spazio nella vita di questo “professore”, non solo la musica, ma l’arte figurativa. Basterebbe vedere quanta devozione affettuosa e felice ha riservato al nudo femminile: onde candide, sagome di sole linee, di volti lasciati neutri. Che cosa voleva cogliere? E’ un aspetto niente affatto particolare. Insieme ai libri, ai reportage giornalistici, disegni, acquerelli, incisioni su rame zinco e legno, dipinti ad olio e disegni tridimensionali permettono di vedere Beonio Brocchieri sotto una diversa lente, quella del ricercatore che riconosceva all’arte sola “effetti misteriosi di iperspazialità” da “superare poeticamente la natura…”; quella dell’artista che voleva “vedere” e disegnare per “ampliare” lo sguardo e il proprio orizzonte; quello del divertito osservatore di “immagini” da catturare con immaginazione e simpatia, sempre con curiosità. Un mondo che l’acutezza della sua percezione trasformava in “segno”.
Non c’è gran mestiere in questo suo segno, ma c’è osservazione, agilità, umore creativo. Quello che la sua arte ha portato in evidenza è’ un Beonio Brocchieri che non intendeva proporre alcuna utopia, nessuna esclusività. Nei fogli si limitava a mette paesaggi nostrani, personaggi, ritratti di musicisti, situazioni, nudi e ancora nudi, atmosfere e soluzioni istantanee: una passione, una attenzione pittorica agli aspetti della vita e del quotidiano.
Nell’eclettismo convulso e angoscioso degli anni Trenta, Beonio nato disegnatore naturaliter, conobbe il grande Anselmo Bucci e fu amico, per via del Corriere, di Beppe Novello e di Mario Vellani Marchi, due disegnatori eccezionali che lo influenzarono (Novello) e lo stimolarono a fare (Vellani).
Dal grande Bucci, che lo ritrasse apprendista (“Beonio disegna alla prima lezione”, 1942), il lodigiano apprese l’arte autonoma del disegno e dell’incisione, oltre ad alcune regole fondamentali: “la prospettiva non è un trucco, l’anatomia non è un trucco, la divina proporzione non è un’opinione.(Tutto il resto forse sì) “. Si legge in una dedica a Beonio nella pagina di risguardo al libro “Marinai”.
I suoi oli, almeno quelli che si conoscono, sono in prevalenza ritratti, documenti di grande sensibilità anche coloristica.. La vera innovazione è però rappresentata dalla pittura e dal disegno a rilievo, con cui nel 1959 egli entrò alla Biennale di Venezia. E’ un aspetto che andrebbe approfondito, di cui non ci si può certo accontentare degli “assaggi” portati in evidenza dai figli in occasione di una mostra commemorativa.

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