Francesco Borsotti e le forme dell’intenzione


L'artista casalese Francesco Borsotti

L’artista casalese Francesco Borsotti

Se oggi l’arte, come dicono alcuni studiosi delle tendenze presenti nell’arte, sfiora l’ illustrazione è perché gli artisti che la producono amano la superficie, la facciata. Non tutti, beninteso. Tanto che resiste il concetto del poeta “esploratore” di parole e altrettanto quello dell’artista visivo che si combina con l’esplorazione anche quando il suo racconto nasce su “rovine” (memorie, sogni, immagini, anamnesi ecc.) “rimontate” in una prospettiva superiore o semplicemente diversa.
La pittura di Francesco Borsotti e la narrazione che l’accompagna traboccano di reminiscenze, simboli, attribuzioni.
Superati i sessantacinque anni (è nato nel 1949), la sua ricerca va avanti da decenni, costruita su un bagaglio di episodi e ricordi domestici, di congiunzioni e nessi esperenziali, di formule, metafore e tropi, unita a una serie di legami matematici, logici e razionali.
Da sempre il casalese è noto per la sua matrice essenzialmente concettuale. Le scelte che di volta in volta propone s’appoggiano all’idea origine dell’intervento. Quasi sempre però l’applicazione o procedimento rivela uno scrupolo da smentire uno dei presupposti estetici della “poetica concettuale”: quello che prevede la sospensione di ogni commento sulla bellezza e sulla abilità artistica. Interpretazioni alle quali Borsotti non solo non rinuncia, ma  su cui richiama spesso attenzione.  La sua è una pratica

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artistica che va oltre le idee da comunicare. In tal senso, può considerarsi un concettualista anomalo, che allarga il campo d’azione dall’idea agli strumenti espressivi, alle formule logiche e matematiche, alla qualità del linguaggio. Realizza un’arte dai contenuti “difficili”, in quanto arte di pensiero che trova imperio nel ricorso largo alle simbologie. Ma anche un’ arte che sa farsi gustare per la qualità del lavoro, per l’originalità e l’alto artigianato con cui è costruita; per la capacità di convincere con quel che sta dietro: il metodo, l’impegno, la scelta delle tecniche, i procedimenti di volta in volta rispettati.
Sessantasette anni, sono pochi i dati biografici che lo riguardano: la frequenza dei corsi d’arte alla St. Ives School of Painting Cornwall in Inghilterra, di disegno agli Artefici dell’Accademia di Brera, di calcografia applicata all’industria al Castello Sforzesco di Milano.
Mappa della Muzza di BorsottiBorsotti è l’unico artista del territorio a praticare un’arte concettuale e che ha in sé una tensione religiosa e spirituale. Difficile risalire alle influenze. Tra i nomi che fa venire in mente ce n’è uno: quello del francese Boltanshi che nella sua opera ricostruisce la  relazione tra memoria, biografia e quotidianità, tra presente e passato, tra realtà e finzione. Come arriva a fare Borsotti nei suoi eleganti “album di famiglia”, in cui mette in “consultazione” la propria vita, gli affetti, la fede, attraverso  materiali, tecniche e procedure che ne consolidano il messaggio.
Lo fa con linguaggio “elastico”, che a volte pare scivolare verso un assoluto per il dato manuale e tecnico, sempre Pietre_11ricchissimo e prezioso. I lodigiani hanno potuto ammirarlo più di una decina di anni fa in “Archeologia domestica”, l’unica sua mostra personale a Casalpusterlengo, al Viaggiatore di Sant’Angelo Lodigiano in una esposizione interamente di grafica,  per gli interventi  nella chiesa dei santi Bartolomeo e Martino e all’Ospedale di Casale e le partecipazioni alla Oldrado da Ponte,  a CasaIdea di Tavazzano, al  Gandini e al Cesaris, al San Domenico a Crema, al San Cristoforo a Lodi.
Nei suoi lavori l’idea si basa sulla attività della mano e dell’occhio. Per Borsotti tagliare, incollare, mixare è pensare e vedere. Nei “collage” parte da dati dell’esistenza: la figura, la memoria, i ricordi, le stoffe, lo spazio, l’occhio. I “frammenti”  intervengono sul convenzionale della figurazione e della visione procurando “nuove forme e sensazioni”. In ciò appare un artista non contaminato dalla volontà riproduttiva del “vero”, che fa affiorare precise segnalazioni di elementi riferibili a un’intima volontà di proiezione del suo “io” profondo.


 

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