KAMEN’ n. 48 : GIARELLI E IL GIORNALISMO NELL’ITALIA POST-UNITARIA


Il saggio di Giarelli stampato da Cairo a Codogno

Il saggio di Giarelli stampato da Cairo a Codogno

Il giornalismo è sempre stata materia di suggestioni più o meno leggendarie che ne hanno sciupato in vario modo il carattere di “mestiere”, detto anche “professione”. Fa oggi ancora un bell’ effetto la battuta di Barzini senior: “Mestiere duro il giornalismo, però è sempre meglio che lavorare”. Ma come metteva in guardia trent’anni fa Sergio Turone, docente di Storia e metodologia del giornalismo, “i motti arguti non vanno mai presi alla lettera” anche se contengono elementi di verità. L’informazione spesso passa attraverso la letteratura e come ogni cosa che prende qualcosa in prestito da un’altra, se si arricchisce dall’altro rinuncia a qualcosa di suo, dimentica che il giornalismo non è fatto solo di bello stile, ma di “consapevolezza politica e culturale”, per scomodare Corrado Stajano . Tullio De Mauro (Ma che lingua parliamo) arrivò invece a dire che la “permissività” poteva atrofizzare le “capacità linguistiche”.
Sia pure marginalmente, di libri che hanno affrontato il legame tra giornalismo e letteratura, se ne potrebbero citare almeno una cinquantina: Sul cattivo giornalismo di Ugo Ronfani, I massmediocri di Italo Moscati, Medium e Messaggio di Sergio Lepri, Storia del giornalismo italiano di Paolo Murialdi eccetera.  Montanelli andava più per le spicce: “E’ un mestiere da artigiano. Bisogna ritornare al Quattrocento-Cinquecento. Come nascevano i grandi pittori? Nelle botteghe artigiane, da li è venuta la grande pittura. Il giornalismo è la stessa cosa” Giornalismo e letteratura quando coincidono troppo strettamente, tendono a fare del primo un minus del secondo. Il guaio è che la “terza pagina” sembra ancor oggi fatta apposta per consolidare il legame. Il “bel pezzo” è l’ideale per molti, quando altrove si è affermato il  “porgere la notizia”. Nel “bel pezzo” può c’entrare di tutto, e non sempre la buona letteratura. C’entrano le espressioni retoriche, gli sfoggi di erudizione, gli eufemismi, gli slogan orecchiati, una orchestrazione di mezzi espressivi che vorrebbe essere un discorso brillante, ma è spesso un regno fatto di parole connotate di specificità, di retorica, di enfasi letteraria, con casi di inconscio spagnolesco servilismo. E’ il modo un po’ furbastro con cui certi giornalisti cercano di stabilire il rapporto con il lettore, facendo passare il messaggio che ciò che loro lanciano proviene da persone di prestigio. Questi ed altri aspetti sono affrontati nel quarantanovesimo numero (n. 48 gennaio 2016) di «Kamen’», la rivista diretta da Amedeo Anelli che entra nel venticinquesimo anno di vita cambiando Editore, dallo storico Vicolo del Pavone di Piacenza, che chiude i battenti, alla Libreria Ticinum di Voghera, e che dedica una sua sezione a uno dei padri del giornalismo del secondo Ottocento, Francesco Giarelli. Del Giarelli, Kamen’ riprende pagine da Vent’anni di Giornalismo (1868-1888), accompagnandola con una Prefazione di Giovanni Cairo e da una Nota di Daniela Marcheschi. La scelta permette di scoprire le conquiste del giornalismo moderno e dell’informazione, di quanto il linguaggio giornalistico può avere assorbito dalla letteratura, e come certi fenomeni di mistificazione linguistica a cui la classe politica e quella degli affari affidano la peculiarità e l’autorità della propria posizione non siano fenomeni del tutto nuovi.
Nato a Piacenza il 27 settembre 1844, Francesco Giarelli era ancora studente quando cominciò le sue prime collaborazioni giornalistiche alla «Gazzetta di Piacenza», e si formò a un liberalismo d’impronta democratica. Dopo aver affrontato gli studi nella città natale e a Parma, quindi a Pavia dove si laureò in Giurisprudenza nel 1867, intraprese a Piacenza la carriera di avvocato, che lasciò quasi subito. Su invito di Felice Cavallotti, si trasferì nel 1871 a Milano, per collaborare alla «Gazzetta di Milano», dove conobbe lo “scapigliato” Giuseppe Rovani, e al «Gazzettino rosa» (fondato nel 1868 da Cavallotti stesso e Achille Bizzoni). Per questo foglio assunse lo pseudonimo Don Lumachino, firmando la rubrica I suoni dell’anima, dalle tematiche varie, come era in uso all’epoca.
Giarelli fondò e diresse poi «La Voce del Popolo», che non ebbe fortuna. Per qualche anno collaborò a diverse testate fino al dicembre 1875, quando l’amico Cavallotti lo chiamò alla redazione della cronaca cittadina del quotidiano milanese «La Ragione». Inventò letteralmente la cronaca come genere letterario moderno e trasformò il cronista in un attivo protagonista del giornalismo nuovo. Fra indagine e denuncia, pubblicò nel 1878, il periodico «La Farfalla» a cui collaborò con la rubrica Scene contemporanee della Milanosotterra . Nel 1888 firmerà l’opera in due volumi Il ventre di Milano (Milano, C. Aliprandi): una «fisiologia della capitale morale per cura di una società di letterati». Scaturisce da tutto quanto è stato detto finora una suggestiva esperienza della vita letteraria e artistica di Milano, che Giarelli rievocherà in maniera efficace nel suo libro di memorie Vent’anni di giornalismo (1868-1888), uscito prima a dispense, quindi in volume, a Codogno presso la casa editrice Alessandro Gaetano Cairo, negli anni 1895-1896. Si tratta di un’opera fondamentale per conoscere un periodo cruciale della storia dell’Italia post-unitaria e per comprendere il giornalismo di quel periodo.
Rientrato a Piacenza, nel 1889 dette alle stampe la Storia di Piacenza dalle origini al 1870,  due volumi commissionategli dall’editore Vincenzo Porta. Morì il 16 settembre 1907 nel paese di Pontenure, vicino a Piacenza.

( Articolo pubblicato dal quotidiano lodigiano sudmilanese “il Cittadino) il 10 dicembre 2015)

 

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