Protagonisti: Marcello Simonetta, l’alieno che costruisce disarmonie e pretesti


SIMONETTA MarceloUna quarantina di anni fa, esattamente 14.600 giorni fa, che sono tanti ma  servono per scavare nella personalità pittorica di Marcello Simonetta, figlio d’arte legnanese, da anni residente a Spino d’Adda, sulla rivista “Giorni” (chi se la ricorda?), Davide Lajolo, scriveva di Marcello Simonetta: “Non gioca né coi tramonti, né coi bei volti composti e vivi di occhi; né si lascia prendere dalla tenerezza dei colori quando s’estinguono sulla tela per diventare ombre e apparentarsi col sogno. Così come è un uomo tutto d’un pezzo, virile e fiero delle sue lente conquiste pittoriche, delle sue faticate ricerche, così non tradisce il suo carattere e il suo impegno quando riporta il discorso dall’anima alla tela. Le sue pennellate iniziali hanno sempre una asprezza, l’inizio dei suoi segni è sempre crudo, svela una trepidazione costante,persino certe acerbità. Ed è questo impegno di serietà, questo lavorare da operaio con consapevole modestia che garantisce per il presente e per il futuro di Simonetta in questo tempo in cui lo scoppio dei geni in pittura travalica davvero i limiti delle singole possibilità e delle rese reali.”
Opere di Simonetta si trovano a Cascina Roma a San Donato Milanese e nella Raccolta della Provincia di Lodi e sono state esposte con un gruppo di amici a Lodi all’ex-San Cristoforo e alla galleria Oldrado da Ponte. Nella sua ultima pittura c’è qualcosa di assai più stimolante di quando, partito figurativo stava, in un certo senso, attraversando le prime esperienze  di rottura, richiamate da Lajolo, senza tuttavia che la sua pittura si spostasse nell’informale. Le mode non lo hanno mai catturato; al contrario, la ricerca e i contrasti lo hanno sempre intrigato e impegnato, nel senso di tenere direzionato il personale discorso pittorico tra “, tra l’uomo e la natura, la fantasia e la realtà, tra immagini, presenze e sogni”.
Le citazioni di quei tempi, quando tutto era in movimento e la pittura in Lombardia correva, lo collocavano in consonanza o collaterale alla poesia di Mallarmé, alle figurazioni prima di Afro poi alle gestualità di Vedova, persino dello spagnolo, premio Guggenheim”, Saura, finché critici accorti come Russoli, Valsecchi, Cavallo e l’amico pittore Emilio Tadini, conoscendo l’artista e l’uomo, non decisero di correggere il tiro, valorizzando anche il suo modo di lavorare, di approcciarsi alla tela, nell’usare i colori e la materia, e trovarono persino nel naturale disordine l’elemento di spinta verso il razionale.
Era il momento che Simonetta dipingeva quelle che per semplificazione venivano definite le “teste” (v.foto): colori di fondo tra il nero e il grigio-bianco, sfondi opachi, incerti. Erano volti senza occhi, che cercavano chissà cosa, forse di comunicare, forse  qualcuno con cui dialogare. Poi la mostra al Tritone di Biella, aprì una finestra, diede maggiore chiarezza anche all’analisi   e i critici vi ritrovarono slancio,  una maggiore ansia di tenerezza, trasferita in pittura lirica. Diciamo anche “elastica”, aperta cioè alle soluzioni che la ricerca poteva darle, supportata dalle prerogative di tecnica e d’immaginazione. Pur riflettendo situazioni pensose, la sua pittura, eccellente sempre nella qualità visiva, insidiava per il gusto della distinzione, non meno che per la disinvoltura.. L’ultimo Simonetta è pittore di “pretesti”. Il suo occhio scopritore sembra sposarsi con quello del narratore, facendo emergere anche la natura intima dell’uomo: spigoloso, sempre impegnato contro il sacro labile della moda.

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