Maestri minori ma sempre giganti


I “Grandi Maestri” allo Spazio Arte Tiziano Zalli a Lodi

Non è un panorama ma una “scelta” erudita

ANTONIO D'ENRICO (detto Tanzio da Varallo) 1575-1635 La battglia di Sennacherib, olio su tela, 152x90 cm

ANTONIO D’ENRICO
(detto Tanzio da Varallo)
1575-1635
La battglia di Sennacherib, olio su tela, 152×90 cm

Dei tanti eventi che caricano di richiami i calendari dei grandi centri Grandi Maestri non ha la variabilità né l’ intemperanza. Non si affanna dietro a sistemi espositivi. Non ha “linee” da imporre ma solo opere da servire, aa offrire al godimento e all’apprezzamento della gente. Non è un panorama, ma una selezione erudita. Il risultato, un po’ monodico nelle scelte iconografiche, è fondamentale. L’arte allo Spazio Tiziano Zalli si colloca tra la A maiuscola e la curiosità. Al fondo di alcune effusioni c’è la qualità, la valorizzazione del motivo, la tendenza al simbolo. La rappresentazione oscilla tra i risultati di bottega, i manuali di pratica accademica e i moti spontanei dell’animo, della riflessione e della contemplazione, seguendo le avventure della pittura nei secoli. In altro momento, una mostra che non sarebbe dispiaciuta a Berenson, uno che “viveva” l’opera d’arte singola, “da girarla e rigirarla sul palato del mio spirito, di meditare e sognare su di essa, nella speranza di meglio comprenderla”
I lavori sono propri di una scelta di dipinti realizzati tra il XIV e il XX secolo, collezionati principalmente dalla Popolare di Novara e dal Credito Bergamasco e dalla Popolare di Lodi. Le opere non presentano legami particolari. Le storie che raccontano sono storie a sé, separatamente dotate di capacità di narrazione: senz’altro lo sono degli aspetti iconografici ed estetici, ma prendono anche un giusto interesse le risorse del collezionismo.
Inaugurata venerdì, la mostra che aveva già riscosso successo a Bergamo alla Fondazione Creberg aggiungerà ulteriore prestigio alla Fondazione BPL, dove è destinata a durare fino all’11 ottobre. Già da ora si può dire che grazie alla coordinazione nell’ordinamento e allestimento di Angelo Piazzoli, responsabile del patrimonio artistico del Banco e della Fondazione Creberg,, di Francesca Rossi e Michela Parolini che lo hanno sostenuto nel lavoro e hanno collaborato con il sovrintendente Mario Ciacchi per la parte di competenza dell’Opificio di Firenze, è assicurato alla esposizione un prestigio professionale di alto livello. Così come le note e i testi di Michela Parolini per il catalogo “Grandi Maestri” e del pittore e restauratore Roberto Bellucci, punto di riferimento dell’Opificio delle Pietre Dure fiorentino, estensori con Paolo Plebani, Sergio Rebora, Francesca Rossi e altri alcora degli interventi in catalogo. Offrono dal punto di vista della descrizione storica e culturale contributi esemplari.
I riflettori sono centrati sulla monumentale “Maternità” del ferrarese Gaetano Previati, un’opera dalla vita travagliata, sottratta a lungo alla fruizione pubblica, basilare del “debutto” alla Triennale di Brera, nel maggio del 1891, del Divisionismo italiano: tecnica neoimpressionista, sinonimo di quel pointillisme inventato da Seraut: “riproduce le addizioni di luce mediante una separazione metodicamente minuta delle tinte complementari” scrisse il Previati le cui pennellate fluide e filamentose influenzarono Pelizza da Volpedo ( l’autore del Quarto Stato) , Angelo Morbelli, Plinio Lomellini, Emilio Longoni e Carlo Fornara. Compreso un lodigiano: Silvio Migliorini, “ pittore senza abusi” che la tecnica pittorica l’apprese praticamente da solo, rompendo con gli schemi e le convenzioni di certo realismo. Del Previati è in mostra ancheLavacro dell’umanità, un olio esposto la prima volta a Lodi nel 1908 al Seminario vescovile.
Tra i dipinti del 1400-1500 si fanno ammirare la Madonna in Adorazione di Francesco Botticini, la la regale Madonna con bambino di Giovanni di Tano Fei, la Madonna col Bambino di Martino Piazza, una tempera su tavola che mette in evidenza in primissimo piano un bambino vistosamente nudo sullo sfondo di un paesaggio animato di sicura tradizione bergognonesca: Di richiamo sono anche due tavole di abilità illustrativa di Calisto Piazza e raffiguranti episodi miracolosi di San Bassiano, riferiti alla guarigione di un lebbroso e alla liberazione di un indemoniato. Più o meno dello stesso periodo appartengono la Sacra famiglia dell’abruzzese Polidoro da Lanciano, la Sacra famiglia dell’aretino Santi di Tito, il Ritratto di gentiluomo del bolognese Bartolomeo Passerotti,.
Tra i dipinti del XVII secolo è possibile ammirare Alessandro Turchi, il leonardesco Andrea Salmeggia, avvicinarsi alla storia biblica con La battaglia di Sannacherib raccontata da Abramo D’Errico, mentre il seduttivo Suicidio di Cleopatra è opera di Giovanni Andrea Ferrari. Quadri di diversa indicazione, tra i poli del sacro e del profano sono opera di Giovanni Lanfranco, Giovanni Battista Caracciolo, Pieter von Laer, Luca Giordano, Pietro Bellotti, Bartolomeo Guidobono, il Legnanino, Gastar von Wirtel, Francesco Guardi. Non mancano per finire con il Novecento: una strisciata di cielo azzurro sulla neve di Carlo Carrà un’Isola di San Giorgio di Giorgio De Chirico e una Composizione di Afro Basaldella e una tecnica mista su carta di Antoni Tàpies. La mostra garantisce soprattutto alle giovani generazioni, quindi alla scuola, strumenti di conoscenza e interpretativi della storia dell’arte nel suo percorso costitutivo. E’ un invito a restaurare quel sentimento.

 

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