L’arte calcografica di Luigi Poletti. Tecnica e poesia


Il pittore e calcografo lodigiano Luigi Poletti

Il pittore e calcografo lodigiano Luigi Poletti

LUIGI POLETTi, acquaforte per il Premio De Martino, 1990

LUIGI POLETTi, acquaforte per il Premio De Martino, 1990

 In tempi di imperante finzione, che vedono la stampa d’arte – tutta la stampa originale d’arte e non soltanto questa -, occasione e preda di non poche degenerazioni, Luigi Poletti è tra i peintres-graveurs lodigiani dei pochi (con Teodoro Cotugno, Vittorio Vailati, Flavia Belò), che per indole, tenacia e fedeltà sono rimasti osservanti dei fondamentali dell’incisione, al rapporto materiale-tecnica finalizzato alla ideazione e realizzazione della stampa originale d’arte: matrice in rame o zinco, comunque concepita e manualmente elaborata, operazioni di morsura per graduarne la profondità degli incavi, carta di ottima pasta in grado di assorbire senza deteriorarsi, inchiostrazione e pulitura non per consuetudine operativa, ma per conseguire qualità di resa cromatica, tiratura in numero ridotto e che assicuri “freschezza” anche agli ultimi esemplari, impressione su fogli di carta a mano con perimetrali sfrangiati e segno della filigrana discreto e, perché stampe originali d’arte, numerazione con signature o signé autografica su ogni esemplare,

Aldo Caserini, Teodoro Cotugno e Luigi Poletti durante una mostra al Circolo Vanoni del 1985

Aldo Caserini, Teodoro Cotugno e Luigi Poletti durante una mostra al Circolo Vanoni del 1985

L’incisione non è, come molti pensano, solo un linguaggio espressivo che richiede una costante di energia, concettuale, muscolare e nervosa, una modulazione di gesti sapienti che convertono tagli e incavi e puntinati in valori grafici e quindi in immagine. E’ anche una ritualistica, diciamo una sorta di culto oxfordiano, con cui la creazione si veste del segreto e dell’introversione che sempre si nascondo nelle “piccole cose”, nelle piccole attenzioni e che contribuiscono a dare spessore all’opera e alla personalità di un autore.
Negli anni Sessanta Luigi Poletti è stato tra i fondatori del gruppo lodigiano Il Segno, un sodalizio che ha aiutato ildiffondere sul territorio delle tecniche di esclusiva pertinenza dell’incisione – acquaforte, acquatinta, maniera nera o mezzatinta, bulino, punta secca, vernice molle, maniera a penna o a zucchero – predisponendo un buon numero di artisti locali (o che tali aspiravano a divenire o che tentavano d’essere), al tirocinio artigiano della graveure prima di penetrare nel linguaggio espressivo.
Tra le invenzioni espressive l’incisione ha la caratteristica di sembrare semplice, come la scrittura. Sostenerlo è però una sciocchezza, una imprecisione. Si perdonano facilmente coloro che a prima vista apprezzano la ricercatezza in una stampa d’arte e poi la considerano un “prodotto” marginale, un succedaneo della pittura. Sono imperdonabili quegli artisti che fermi alla perizia del mestiere la praticano senz’anima, alla stregua di una dimostrazione attitudinale nella speranza di riceverne facili ritorni, L’incisione non è fatta solo di “mestiere”. La tecnica ha le sue specificità, soprattutto deve sapersi incontrare con la poesia. E’ un linguaggio espressivo, autonomo. “Complicato come l’assoluto”, integrerebbe Renato Bruscaglia, il direttore dell’Accademia d’Arte di Urbino che sul finire degli anni Sessanta vide tra i frequentatori l’artista lodigiano.“Nel segno c’è la filosofia”, ricordava Leonardo Sciascia che nei fogli stampati cercava e indagava oltre che con la vista con l’intelligenza e con il tatto, occasione quant’altre mai gradevole e ricca di fascino.POLETTI La sera prima della partenza
L osservazione di un’attività lunga mezzo secolo, durante il quale Poletti ha realizzato migliaia di lastre, centinaia tra libri d’arte e cartelle, incoraggia ipotesi interpretative. Col il rischio di perdersi. Le sue incisioni sono come pagine di riflessioni annotate con una grafia personale; sono “traduzioni” arabescate in punta di bulino o di raschietto o di mordente, il prezioso filo di Arianna che permette di addentrarsi nei meandri di un’opera rivestita di poesia e di realismo e che rivela una personalità dagli eterogenei interessi. A fine lettura, la figura artistica di Poletti si allontana dalla circoscritta visione che lo ritrae dentro una chiusa provincia. La cifra del segreto e della introversione si dipanano di fronte alle illustrazioni di vita che sembrano respingere il fertile humus delle riflessioni prodotte dall’aneddoto, dando ampiezza a una attenzione che arriva a investire il lavoro, la terra e l’ambiente, i luoghi, la memoria.
Da esperto qual è, Tino Gipponi ha colto nel procedimento l’elemento tecnicamente decisivo del linguaggio grafico di Poletti. Secondo il critico è quello “che gli inglesi chiamano stipple e che discende dall’incisione puntinata o a granito inventata dal fiorentino Francesco Bartolazzi”. “Più che nel tratteggio incrociato – osserva Gipponi – l’ideazione e costruzione del soggetto passa attraverso una specie di retino puntinato, con i valori differenziati di segni per dare distinzione ai diversi materiali e per creare la sensibilità atmosferica fra gli oggetti rappresentati.”
Con i “costruiti segni-puntini” ha dimostrato e dimostra che la sua grafica è lontana per originalità e autenticità da tanta produzione secondaria diffusa.

 

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