Clemente Rebora (1885-1957), un grande poeta sottovalutato dalla critica ufficiale


FORZA E VITALITA’ INTERNA DI UN POETA DI MATRICE RELIGIOSA E CATTOLICA

Rebora%202011B%2001Per apprezzare Clemente Rebora è forse adatto il suggerimento che il raffinato Enzo Mandruzzato fece per il Petrarca: essere delicati, cattolici, non troppo dotati di fantasia.
Spiegazione: delicati e non raffinati, perché in fatto di raffinatezza il mondo contemporaneo è più complesso. Cattolici, perché la candida religione di Rebora non sembri troppo candida. Non amare troppo le estrosità poetiche e le posizioni estreme. In questo caso non si potrebbe gradire Rebora senza mentire a se stessi.
Negli ultimi anni su Rebora si è scritto molto. Qualcuno dice oltremisura. Non troppo se si pensa come la pensano Daniela Marcheschi, Amedeo Anelli e Guido Oldani, che esiste per il momento ancora una storiografia “decrepita” che riduce la lettura e lo studio dei poeti ante seconda guerra mondiale alla sola triade Montale, Ungaretti, Quasimodo (alla sola tradizione simbolista-decadente), al massimo con qualche incursione in Saba. Ben più determinante, invece, la figura umana ed intellettuale di Clemente Rebora, da sottrargli l’ aura di vociano anomalo nel quadro dei vociani e postvociani e considerarlo con più agio nella famiglia europea della maggiore poesia metafisica.
Le esigenze di scandaglio biografico e critico storiografico hanno inoltre fatto affiorare sotto il profilo storiografico una serie di “itinerari locali”: di Ernesto, il padre, di origini genovesi, garibaldino della prima ora, della madre, Teresa Rinaldi, codognese puro sangue, del nonno materno, uno dei primi sindaci socialisti di Codogno, dei tanti parenti sparsi nella Bassa, delle sue scampagnate estive, da bambino, a Castelnuovo, Maccastorna e Pizzighettone dai nonni e dagli zii e di quelle, da universitario, a San Colombano al Lambro, ospite del cugino, eppoi del nipote Roberto Rebora, poeta pure lui e compagno di Beppe Novello in un campo di concentramento nazista, eccetera.
Nato a Milano, quinto di sette figli, Clemente Rebora non ha lasciato particolari tracce di lodigiano nelle sue composizioni. Questo non può far di certo disperare. Possono bastare le rintracciate “radici” dell’età ginnasiale con l’annotazione “Castelnuovo Bocca d’Adda, dai parenti” (della madre):”Musai, fanciullo, a forma di villaggio,/con mota e pietre, e cinta e chiese e case/a un fiume, e a un monte un luogo forte d’armi;/s’abbattè la bufera, e non rimase/che tra sassi fanghiglia da imbrattarmi”. O quelle scritte nell’estate 1922, durante un soggiorno sulle colline di San Colombano al Lambro dal cugino Barbieri:”Unanimi cori di rane lontane,/insonnicantini di grilli vicini,/in un soffuso chiarore lunare/estroso erravo lungo una collina/espansa quasi a chioccia sopra il piano”.
Naturalmente non è a queste sillogi giovanili che si può fare riferimento indagando l’ originalità e la forza di un poeta che contrappose la campagna e la città, eleggendole a simbolo del conflitto tra il bene e il male.
La “contemporaneità” di Rebora è nel linguaggio, nella aritmicità strofica, nelle concitazioni jacoponiane, ma soprattutto nello sforzo di gettare un ponte tra il visibile e l’invisibile. Da essere stato accostato a un Eliot o a un Hopkins, e richiamato come presente in Turoldo, Pasolini, Luzi.
Far rivivere la sua poliedrica personalità come hanno fatto in diverse occasioni (ultima il cinquantenario della morte del poeta) l’Anelli, la Marcheschi e l’Oldani , quest’ultimo in Psycopathology, Moretto Editore, che ne hanno indagato il mondo spirituale, psicologico, espressivo assicurando un contributo utile ad iscrivere l’esperienza poetica e quella religiosa di Rebora, non in un contesto geografico territoriale, bensì a far emergere lo spessore del canto e l’attualità del messaggio, la forza e la vitalità interna di matrice religiosa e cattolica.

 

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