Angelo Bosoni (1931-2000): Ricordo di un pittore “pierfrancescano”


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ANGELO BOSONI Compoisione I olio su tavola in 4 part. Part.2

ANGELO BOSONI
Compoisione I
olio su tavola in 4 part.
Part.2

Non è il silenzio a indispettire, è la sua qualità, l’ indifferenza, La smemorataggine e il disinteresse turbano, ma fanno parte delle mancanze umane. Danno spazio al tempo che di suo fa perdere le tracce. Aveva settant’anni Angelo Bosoni (1931-2000) quando il destino lo ha sottratto alla comunità artistica. Da quando se n’è andato sono passati alcuni lustri, senza che una mostra ne abbia ancora rianimato il ricordo e il ruolo di figura di spicco dell’arte lodigiana del dopoguerra.
Impiegato di banca, ha coltivato per mezzo secolo la pittura con discrezione e intensità, mostrando nella maturità non solo mestiere, ma maestria, tradotta con temperamento e sensibilità. Fu anche un artista originale, da stare lontano da ogni proscenio e da ogni riconoscimenti di sorta. Non possedeva certo le facili virtù che in provincia hanno sempre assicurato benevolenza. Diceva di preferire le qualità positive, la mano attiva e leale.
Luciano Quartieri lo aveva avvertito: “Maggior bramosia, non fanno mai male a un artista”. Ma fedele alle sue idee, alla sua pittura, ai suoi soggetti, lui aveva scelto di continuare a dipingere lontano dai palcoscenici e dai clamori, a regolare le azioni della vita servendosi di concetti pittorici.

ANGELO BOSONI Compoizione I Olio su tavola in 4 particolari Part 1

ANGELO BOSONI
Compoizione I
Olio su tavola in 4 particolari
Part 1

Un tempo lo si definiva un autodidatta. Oggi lo sono tutti, anche chi frequenta l’accademia, dove l’unica novità che s’insegna è il procedimento, la tecnica incompiuta, la sperimentazione. Al contrario Bosoni aveva alle spalle insegnamenti importanti: di Umberto Migliorini (suo suocero) e di Attilio Maiocchi. Non era un virtuoso di mestiere, era un dotato che assumeva valori di segno positivo e che metteva intensità nel frequentare musei e gallerie, da sfoderare una pittura di livello professionale, lontana dalle conformità e dalle pigrizie locali.
Ha raccolto anche critiche. Ogni bravo artista ne incassa. Soprattutto dai colleghi pittori. Se si tien conto del momento storico in cui ha operato, ci si avvede senza fatica che la sua fu una pittura di linea personale e controcorrente: attenta agli spazi prospettici che connotavano “spazio mentale” e “musicale” e traducevano emozioni, senso di ordine e d’equilibrio.
Bosoni non ha mai adombrato il suo studio per l’arte di Piero della Francesca. Praticava, infatti, una pittura fatta di spazi, di geometria e soprattutto di luce tipicamente “pierfrancescane”. Ma agli aspetti di linguaggio e di procedura accompagnava un rapporto di autoidentità poetica. Cercava modi nuovi di vedere e misurare le cose, di cogliere il paesaggio, di approfondire e interiorizzare la figura umana, di creare rapporti, variazioni ed evocazioni geometriche, di luce.
Forma e colore, tono, estensione e ritmo, quiete e moto sono elementi che nei quadri della sua maturità offrono l’idea di una pittura senza nome, fatta di rigore, di arricchimento formale, di fedeltà all’insegnamento dei maestri, di selezionato “accordamento” di forme e colori

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