L’ OPINIONE / LA SCATOLA NERA DELLE “STRONZATE”


Il filosofo statunitense Harry G. Frankfurt

Il filosofo statunitense
Harry G. Frankfurt

Vi sarete accorti quante scempiaggini vi sono propinate in questi giorni di crisi greca, sugli esiti del referendum e sui suoi significati. O, se proprio non volete stare sull’argomento, di quelle più xenofobe somministrate sui migranti che arrivano in barcone. Oppure, tanto per andare sul leggero e sull’infinitesimo, sugli scandali nel gioco del calcio. O, ancora, quelle tratteggiate nelle trasmissioni di cucina, in quelle che promuovono il business, la moda, le vacanze, i consumi, eccetera.
Su tutte, fa però decisamente impressione la spregiudicata superficialità con la quale alcuni politici affrontano argomenti delicati piegando la logica a una propaganda permanente, che tratta i cittadini da ciucci pronti a bere di tutto.
E’ possibile sottrarsi a questo spettacolo senza limite, spesso inammissibile come lo definisce un filosofo minimalista?.
Quante parole stupide, sbagliate, inopportune ci raggiungono, ascoltiamo, leggiamo e pronunciamo, in una giornata? Quanto “plagio” ci viene somministrato dalla politica, dalla pubblicità, dal business, dallo sport, dall’arte?
Ci vorrebbe una visione pitagorica per poter riassumere i termini della intera questione. Ebbene, c’è una qualche autodifesa a questa sottomissione? Come sottrarsi al mare di contraffazioni che ci vengono quotidianamente fatte bere?
Dovremmo cominciare con l’affrontare le varie curve di discettibilità delle scempiaggini. Ma dove prendere la sicurezza richiesta per usare il termine con la stessa accezione? Il problema del plagio quotidiano propinatoci attraverso l’uso sconsiderato delle parole è da considerare un concetto che riguarda lo stile o è qualcosa di drammaticamente più serio e reale?
Per il Sabatini Colletti la scempiaggine è una “cosa” o parola sciocca. Ma è anche un essere sciocchi, inopportuni estronzate sventati. Come quando al ristorante sentiamo dire che l’occupazione è in ripresa e si citano i dati Inps che mostrano che la quota di assunti a tempo indeterminato è passata dal 35 al 41% in un anno, senza sapere quanti di questi sono assunzioni e quante trasformazioni di contratti precari. Allo stesso modo, quando in trattoria sentiamo ordinare, per esempio, “un spaghetti bolognese”, anziché “degli spaghetti alla bolognese” Nell’un caso e nell’altro non è solo un problema di fonti o di stile. E’ qualcosa di più e di diverso. E’ quello che molta gente chiama semplicemente “Stronzata”. Termine poco elegante. Che non piace al direttore e neppure a noi che lo usiamo. Ma c’è, è entrato nel silenzio della comunicazione mediatica e ha sostituito stupidaggine, idiozia. Lo troviamo insieme a storytellin (raccontare balle), selfie (mania di fotografare), trendy (tendenza), cool (moda), smart figo) coi quali naturalmente non ha nulla da dividere, ma elabora un particolare punto di vista.
Anni fa, Harry G. Frankfurt vi scrisse sopra un saggio. Era il 1985, Rizzoli se ne accorse venti anni più tardi e lo pubblicò sotto il titolo: “Stronzate. Un saggio filosofico”. Non so quanti lo possano aver letto e con quali risultati. In ogni caso la tesi del filosofo sostenuta nel libro era chiara:”Uno dei tratti salienti della nostra cultura è la quantità di stronzate in circolazione. Ciascuno di noi da il proprio contributo. Tendiamo però a dare per scontata questa situazione. Gran parte delle persone confidano nella propria capacità di riconoscere le stronzate ed evitare di farsi fregare. Così il fenomeno non ha attirato molto interesse, nè ha suscitato iindagini approfondit sull perché ce ne siano così tante in giro”.
Per il filosofo statunitense l’invasione delle “stronzate” non è un questione da sottovalutare. Non va confusa con la semplice bugiardata o la menzogna. La stronzata rivela il disinteresse che abbiamo alla verità. I “bullshitters” (trad. gli esibizionisti, i venditori di fumo), difatti a cosa mirano? A impressionare, a catturare il pubblico. Oggi la riflessione di Frankfurt sarebbe una lezione di politica, di finanza, di comunicazione, sui tanti “saggi” che occupano lo schermo.
L’argomento venne proposto una decina di anni fa sulle pagine del Sole-24Ore ad opera di un filosofo nostrano, Massimo Massirenti, forse colpito più che dal saggio di Frankfur dalle idiozie di ogni tipo che allora (come ora) circolavano ad opera dei politici e di businesmann, entrando in banca o in assicurazione, guardando la tv o navigando su internet.
L’argomento del cazzeggio non sembra colpire particolarmente qualcuno. Men che meno gli economisti, che di “stronzate” hanno riempito negli ultimi anni le loro analisi per piegarle ad altri scopi. Come dice una massima popolare di Eric Ambler:“Mai dire una bugia quando puoi cavartela a forza di stronzate”. Per questo, in Italia, forse, nessuno si è ancora preso la briga di indagare l’ampiezza e l’ importanza del fenomeno.

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