BRUNO GALLOTTA METTE IN SCENA UN DIVERSO HOKUSAI


“CENTO MODI PER PARLARE DI DIO SENZA NOMINARLO”

hokusai

La mostra di Hokusai pensata e curata da Bruno Gallotta e inaugurata sabato all’ex-chiesa dell’Angelo, è un autentico evento. Promosso dalla Associazione Do.Go., prima che una esposizione di originalissime ed eccentriche tavole delle “Cento vedute del Fuji” è una grande meditazione, il risultato di un luminoso sogno illustrato attraverso fremiti di energia, movimento ed essenza spirituale. Eppure, provate ad aprire un qualsiasi libro che “insegna a guardare”, di qualche firma che appassiona con il linguaggio e l’ esposizione, o di uno storico o critico o figura del pensiero estetico e noterete che di Hokusai (Katsushika), pittore e incisore particolarissimo, nato a Edo, l’odierna Tokyo, vi sono solo accenni, eccezionalmente di avere influenzato la pittura delle avanguardie parigine. Perché ancora tanta riluttanza nel riconoscere che tanti pittori europei si sono fatti influenzare dai suoi modelli? La più attendibile spiegazione è che già alla Esposizione Universale di Parigi il mercato era attento alle “tecniche comunicative” da servirsene nelle attribuzioni di valore.
La mostra a Palazzo Reale a Milano del 1999, curata da Gian Carlo Calza, storico dell’Arte dell’Asia a Ca’ Foscari e direttore del The International Hokusai Research Centre, autore di Stile Giappone (Einaudi, 2002) e tutore di importanti mostre d’arte orientale (a Palazzo Reale: Hokusai il vecchio pazzo per la pittura, Ukiyoe. Il mondo fluttuante, Giappone. Potere e Splendore), ha contribuito a svelare i linguaggi nascosti dell’arte nipponica e le tematiche filosofiche e di costume e l’influenza decisiva nella formazione dell’ Impressionismo, del Simbolismo e all’Art Nouveau.
A rompere certo nascondimento culturale interessato a salvaguardare una visione storica della pittura, oltre all’opera di Calza hanno provato una serie di opere di T. Duret, J. Hillier, L.A. Bonyon, G. Mandel, G.C: Marmori, J, Micheuckm S, Bing, H. Smith, S. Faravelli, soprattutto la monografia di E. de Goncourt, Hokusai. Il pittore del mondo fluttuante, pubblicata prima da Lumi Editore e poi da Jacka Book e il saggio di H. Focillon, Hokusai, Abscondita (alcune in bacheca all’Angelo) Benché ampiamente riconosciuta e puntualizzata la sua importanza, sull’artista giapponese è scesa una sfumatura (o nebbiolina o polvere) che ne ha circoscritto l’interesse a musei, mercanti, collezionisti, illustratori, cultori del costume e del pensiero nipponico.
Tra gli studiosi impegnati a ribaltare le consolidate schematizzazioni e l’arenare di Hokusai tra le gore del naturalismo è il lodigiano Bruno Gallotta, grande esperto di cultura giapponese e studioso delle opere del “filosofo” secondo una predisposizione del tutto spirituale (zen). La mostra all’ex-Angelo (inaugurata sabato alla presenza di un grande pubblico, alla quale ha portato il saluto l’assessore alla Cultura Pozzoli e sono interventi Giso Forzani e lo stesso Gallotta), potrà essere “letta” attraverso lo studio fresco di stampa,“Hokusai – Le 100 vedute del Fuji.Cento modi per parlare di Dio senza mai nominarlo”. Nel tomo, Gallotta offre una innovativa interpretazione in chiave artistica, storica, etnografica, iconografica e spirituale. Non c’è sono solo la coscienza del risultato artistico – l’analisi dei caratteri della rilevante inventiva e dei simboli, l’interpretazione del rapporto tra arte e gusto -; sono approfonditi i procedimento di sviluppo di tutte quelle cose che “non erano arte”. Ovvero quelle componenti di pensiero, spiritualità, cultura che intenzionalmente hanno agito sulla personalità e le scelte dell’artista.
“Cento vedute del Fuji” fa conoscere lo stile dell’ autore, ma aiuta a ampliare lo sguardo ai contenuti fondamentali di immaterialità, spiritualità e pensiero. Per dirla con Focillon “Non ci fu cosa o soggetto che non ebbe posto nell’immensità dell’arte di Hokusai, pari mmensità dell’universo” Aldo Caserini

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