OLIVIERO FERRI, NEL SEGNO DELL’IMMAGINE


Il pittore TEODORO COTUGNO in un ritratto fotografico di OLIVIERO FERRI (al Caffè Letterario di LOdi)

Il pittore TEODORO COTUGNO in un ritratto fotografico di OLIVIERO FERRI (al Caffè Letterario di LOdi)

Ci sono regole che dicono come va fatto un buon ritratto fotografico (le lunghezze focali, l’aperture, l’ottica fissa o con zoom, il posizionamento delle luci, l’eventuale ricorso all’ombrello, il numero degli scatti, eccetera). Ma un buon ritratto fotografico non ha ancora un proprio vangelo o irrinunciabili dogmi.
Ogni fotografo l’esegue come meglio gli pare. A seconda si tratti di un principiante, di un fotoamatore, di un appassionato, di un professionista, di un super esperto.. Ci sono fotografi navigati come Oliviero Ferri, che non perdono la testa dietro ai dettagli tecnici, perché di tecnica ne hanno digerita da poterne fare a meno (non da dimenticarla). Come dimostra il suo “archivio”, Ferri preferisce la regola personale della libera interpretazione, della sperimentazione, della fedeltà o dell’invenzione. A volte cerca di avvicinarsi con la maggiore intensità alla fisionomia, a volte preferisce esprimere l’essenziale, a volte puntare sulla precisione e profondità, a volte sull’espressionismo, sull’individualità, il surreale, il glamour, la commistione, le tonalità divertenti, leggere. Il fotografo borghettino è uno che cerca nell’esecuzione di in ritratto l’emozione per sé e per chi lo guarda. Liberi entrambi di riconoscere quel che preferiscono. Anche un fardello di ambiguità. Dice Ferdinando Scianna “ niente è più astratto e sfuggente della nostra identità e nello stesso tempo niente è più esposto al giudizio altrui, è più concreto e visibile” Con la ritrattistica, Ferri ha una costante marcatura e un motore di ricerca. La mostra al Caffé Letterario della Biblioteca Laudense, mette “in posa” (tranne in pochi casi) pittori, musicisti, poeti, cantanti del territorio e non: Felice Vanelli, Dante Vanelli, Teodoro Cotugno, Luigi Poletti, Luigi Maiocchi, Giacomo Bassi, Mattia Montemezzani,, Daniela Gorla, Ilia Rubini, Enrico Barazzotto, il poeta Fausto Pelli, i cantanti Leo Nucci e Ambrogio Maestri, il musicista Paolo Marcarini, il batterista Vanni Stefanini, il trombettista Gianni Satta, il borghettino Rocco Fortugno. Per tutti (o quasi) c’è un ritratto del genere “posato”. Non è una mostra di caratteri psicologici, che indaga introspettivamente aspetti della personalità, della coscienza, della volontà. E’ una mostra che punta in prevalenza sul leggero, sul divertimento e sull’ humor sottilissimo, centrato in alcuni casi, in altri meno. Non per qualità, ma per la sua corrispondenza emozionale con l’identità del soggetto L’artificio del maquillage non in tutti è aderente col modo di essere e di vivere e operare della persona ritratta. A volte li coglie in una esposizione poco spontanea, più teatrale, enfatica. “Posata” appunto. In cui è difficile riconoscere al trucco un qualche vincolo.
Una mostra di ritratti fotografici, non è comunque un risultato scientifico. La fotografia non sempre certifica il ruolo del certificato, spesso è una traccia, che decide di approdare a una immagine che delega non più alla persona il concetto di identità. E, che in alcuni casi, può far prevalere “spostamenti” e performance meno scomodi.

 

 

 

 

 

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