LEGGERE LA CRISI DELLA CERAMICA LODIGIANA


PISATI a Baggio

Suona quasi come un luogo comune dire che l’attuale situazione di cultura ha rivalutato la materia. L’artigiano e l’artista, separatamente o insieme l’interpretano, gli obbediscono, l’approfondiscono affinché riveli qualità, profondità e possibilità. La materia-terra fa parte di quell’ universo a cui l’uomo ha dedicato lavoro, attenzione, distinzione. La Ceramica vi appartiene a pieno titolo, coi suoi modelli creativi,  esclusivi,  ripetitivi, pratici,  ornamentali, figurali e non. Sono il deposito nella sua storia antica quanto il mondo. Che negli immemorabili miti delle materie usate, ripete i due elementi più concretamente generativi: la terra e il fuoco.  Le cose formate nella terra e nel fuoco , diceva un maestro ceramista, parlano (hanno sempre parlato) del lavoro dell’uomo. La materia umanizza nella tecnica e l’uomo si celebra nella materia formata. La ricostruzione di un tale ideale di vita della Ceramica non fa dimenticare che nei secoli passati essa è stata lasciata fuori, come arte “minore”, dal castello della così detta arte “pura”, né fa sottovalutare oggi – paradosalmente! – ch’essa soffre per essere stata  cacciata ai margini della sua funzionalità significativa nella vita sociale.
Nei mescolamenti caotici che regnano dovunque e che in particolare si colgono in Lombardia, che pure è terra che deve molto alle arti funzionali ed artigianali, e, soprattutto, a Lodi – città della ceramica, dove l’elemento “doc” non è una folgorazione, ma effetto della sua storia, del suo processo anche ideale, delle  caratteristiche esclusive con cui ha contribuito a dare lustro all’Alaudense e alla Lombardia, essa rischia la morte. Proprio qui, dov’essa ha legato il suo rapporto alla struttura del bisogno, che non comprende solo i bisogni economici in senso stretto, ma anche i desideri e tutto il variare delle esigenze sociali e culturali della funzionalità artistica.
Dopo essere stata al centro di tante utili discussioni teoriche sulla sua autonomia e sulla sua funzionalità nel corpo dell’arte, dalla più antica del vasaio fino al più vario artigianato di artisticità funzionale diffusa, la ceramica sembra irrimediabilmente destinata a franare (se franata non lo è già). E con essa l’ orgoglio di una tradizione, la ricchezza e varietà della sua storia locale, l’esperienza artistica che costituisce il più grande segreto del mestiere. I ceramisti (e persino i ceramografi) individuali hanno da tempo, come si dice, tirato i remi in barca, le botteghe e i laboratori artigiani serrato i battenti. Un clima disadorno, fatto di buia incertezza e improvvisazione casuale, sbiadisce i tanti significati di questa tecnica artistica. Tutto in una sorta di diffusa passività, che vede inerti istituzioni, enti pubblici e privati, poteri locali, associativi, professionali ecc. spappolati nella scimmiottatura di altri segni più alla moda. Allora non si può che dire che la Ceramica muore. Non può bastare a salvarla iniziative certamente lodevoli ma intese solo a rinnovare l’oggetto nel suo rapporto tra funzionalità tecnica e design.
Il vero ceramista sta dentro alla fabbrica, dentro al lavoro, alle procedure, ai loro “tempi”, dentro alle tecniche della terra e del fuoco. Nei suoi modelli, nella sua fedeltà alla tradizione, nella sua creatività, nelle strumentazioni e controlli, nella ricostituzione anche teoretica della Ceramica. Nel disinteresse che si va consolidando, privi di comunità come siamo stiamo disperdendo nel disordine di gesti falsamente originali e velleitari, la peculiarità originaria e prodiga rappresentata dalla Ceramica lodigiana.
La notizia che l’ultimo “presidio” contro il declino, costituito localmente dalla Ceramica Vecchia Lodi di Pisati & C, sta anch’esso rinunciando all’eroismo ed è sul punto di decidere l’attraversamento del ponticello e consegnare chiavi in mano un patrimonio di tradizione e ricerche tecniche e significative, prodotte di precisa materia e precisa storia locale a qualche investitore seguace dei decori Pan-chang , non può che preoccupare. Lascia immaginare le parole che sentiremo domani dire: che i mercanti cinesi hanno conquistato anche la nostra cultura.
Vero esempio in Lombardia, nel laboratorio di S.Fereolo non è difficile avvertire l’orgoglio delle proprie idee e della abilità e delle innovazioni che esse maturano; dietro ad ogni lavoro che si produce c’è una storia professionale (o di mestiere), che accumula vocazione, abilità, vitalità, ricerca e convinzione. In questo capannone ordinatissimo dove aleggia l’ossessione della qualità e dell’arte, sono nate tante idee che hanno portato in giro per il mondo il nome di Lodi e della Lombardia. Certo, dietro alla “mano intelligente” c’è anche il marchio del fabbricante che in tempi difficili dell’economia ha cercato di differenziare la propria produzione per stare a galla.
Tutte le arti, ma in particolare quelle più tipicamente funzionali come appunto la Ceramica, trovano la loro ragion d’essere quando una società le aiuta e le sostiene. Non esistono, non possono esistere, se non in qualche mito dialettico, forme di fioritura o di resistenza legate alla sola competitività d’impresa. La Ceramica esiste nella sua funzionalità significativa, ossia nella sua forza di vita sociale e di pubblica comunicazione che gli oggetti prodotti posseggono. Ciò non può che investire direttamente anche la responsabilità delle organizzazioni politiche, economiche e sociali di un territorio. Come è avvenuto in tante “Città della ceramica” della nostra Penisola.imagesV9NXC9I0 PISATI
I ceramisti creatori vivono nella fabbrica, dentro al mestiere, alle tecniche, al lavoro. Per ciò che dipende dalle loro forze cercano di fermare i segni di vita dell’uomo, di salvaguardare tradizioni e cultura. Al resto, se non si vuole ritrovarsi in una esperienza mortale, devono contribuire le altre forze che hanno funzione di garantire una immagine significante della città in una società concreta e comunicante.
Alle sapienti tecniche manuali, che svelano le profonde forme di significato della nostra tradizione ceramistica, si devono quindi aggiungere le sapienze delle altre scelte. L’aver dimenticato questo, o il non avervi meditato a sufficienza, specialmente nel campo della produzione ceramistica rischia di portare alla scomparsa di esperienze che non sono semplicemente legate all’impresa, ma che sul piano della artisticità dei prodotti danno alla storia locale lieviti di significati.

 

 

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