AGOSTINO FERRARI, IL SEGNO E IL PENSIERO


aGOSTINO fERRARI 3

A MARZO, ALL’EX CHIESA
DELL’ANGELO
A LODI
UNA MOSTRA PERSONALE
DEL PITTORE
MILANESE

Il bianco e il nero, il rosso e il giallo l’interno e l’esterno, la forma e il segno, il significante e l’insignificante, l’univocità e il mito, la scrittura e la grafia, l’essere e il non-essere, l’espressione e il contenuto, il segno e il pensiero, l’arte e la vita. Pittura bivalente quella del milanese Agostino Ferrari, che verrà proposto  ai lodigiani a marzo dalla galleria Ferrari di Treviglio all’ex chiesa dell’Angelo a Lodi .
La sua è una pittura che appassiona e trascina perché dominata da una unità chiamata “segno”, che alcuni chiamano simboli, altri linguaggio, altri calligrafia, altri ancora luogo astratto di relazioni complesse e via di questo passo. Di certo, una pittura segnica. Usata per trasmettere quale informazione? Che corrisponde alla comunicazione di quale messaggio?.
Ma qual è il significato vero di questa grafia introdotta nella propria pittura da Ferrari? Come decodificarla? Qual è la sua specificità, l’’ostentazione pura e semplice del gesto segnico?
aGOSTINO fERRARI 4In Ferrari il segno non è iconico, non è simbolico, non è incidente. Fa parte dell’artificio del discorso pittorico: è referenziale, emotivo, gestuale, senza essere determinatore. Non è un’esperienza vissuta, ma un prodotto che ha un senso soltanto perché si vuole che lo abbia o soltanto perché è paradigmatico di fronte a un discorso che lo giustifica dall’esterno. Insomma un bel problema! Si può considerare un elemento dell’ espressione unitaria, non un elemento che veicola contenuti: il significato di questo interno-esterno, bianco-nero-rosso-giallo su cui si fissano i tratti grammaticali e semantici di questa pittura che vede la rappresentazione spogliata d’ogni rivestimento interpretante.
Segno e gesto sono un elemento connotativo ma anche trasformazionale, significante di una sollecitazione emotiva non verbalizzabile. Non se ne può fare a meno. Diversamente perderebbe le sue caratteristiche espressive. Il contributo è fruttuoso di intensità e di riconoscimento (dunque poetico), in senso estetico, anche se non chiarisce il rapporto semiotico, costringe a una logica componenziale della sostanza, a una relazione dinamica, a un processo che porta in evidenza stimoli e condizionali (perciò stesso conoscitivo).
Martina Corgnati che lo ha  di recente presentato a Lugano, dopo aver richiamato il pensiero scientifico e in particolare la Agostino FerraRI 2fisica, è vista costretta a ritornare alla pittura e a convenire che il segno in Ferrari “non dice ma rende visibile, non descrive ma crea, sensibile a tutto, dinamico e flessibile”.
Insomma, un esercizio astratto, assolutamente libero, di tecnicismo fenomenologico che da percezione estetica in funzione antirealistica e antinaturalistica.
Il nero e il rosso in campo grigio sono scelte troppo belle, da volpone direbbe Michel Pastoureau. Il grigio esalta gli altri colori. La gratuità, la fantasia e l’originalità della scrittura in nero. Scelta pregevole, che conferisce raffinatezza ed eleganza grafica. Il rosso è deciso, si fa ammirare, gli si possono attribuire significati simbolici, è ambivalente e sancisce l’ambivalenza di questa pittura ambivalente. In cui la semiosi si consuma nell’azione, in piena semiosi. Permettendo letture diverse. Sulla superficie “il segno “sospeso” fa allegoria del legame tra l’arte, l’uomo e la vita; il “mormorio” della scrittura non significante è la memoria che si completa solo se accostata al “nero fondamentale da cui l’attuale pittura di Ferrari ha origine”.

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