GIO’ MARTINELLI EVOCATORE DI VISIONI: DAL DISEGNO AI LACERTI


Giovanni Martinelli

Giovanni Martinelli

Una espressività fondata sugli “effetti”. Effetti di intensità, effetti di vigore, effetti di efficacia. Effetti prodotti dal fuoco e dal calore sulla carta, ma anche dai montaggi delle carte risultanti (dai collage), in un rapporto di gioco e di voluta ambiguità.
Giò Martinelli, fino a ieri conosciuto più per le sue “matite” e le sue figurazioni neoclassiche che per i lavori su pietra, prova da qualche tempo ad imprimere “sensi e forma e […] nuove emozioni, per aiutarci ad aprire le porte della fantasia”. Così nella presentazione di questo artista di Orzinuovi proposta sabato da Agostino Garda e Franco Migliaccio all’ex Chiesa dell’Angelo, presente l’assessore alla Cultura di Lodi Simonetta Pozzoli.
Classe 1959, ritornato in attività da una trentina d’anni dopo una lunga parentesi, Martinelli affida da qualche anno la propria espressività ad effetti evocativi e visionari di resa monocromatica, con risultati di tranquilla suggestività. Prefigurando in alcuni casi, all’interno dell’attuale ricerca, un potenziale richiamo all’avventura figurale (sia pure non in chiave di vera e propria organizzazione figurativa). Condotto in ogni caso nel campo di un esercizio non di pittura, ma di cattura di effetti chiaroscurali. A parte i richiami o le apparenze quello di Martinelli è sempre frutto del libero gioco delle associazioni e delle scelte immaginative. I risultati che ottiene sono il prodotto di una procedura e della sua tenuta sotto registro o controllo in grado di fornire esiti a volte sorprendenti, a volte suggestivi, a volte singolari e strani.
In linea generale questi “effetti” non servono comunque a dare forza ad altre qualità (pittoriche), ma ad attrarre l’occhio e a fissare l’attenzione per qualcosa di vago e di appariscente, in cui l’elemento che prevale è spesso l’effetto luce o quello delle ambiguità informali, ma anche ciò che variabilmente suggeriscono i lacerti.
Nelle arti l’effetto appartiene alla composizione e all’esecuzione. Nell’arte di Martinelli è diverso, affidato non all’ispirazione, non alla meditazione o all’estro, ma alla causa, all’incontro tra l’elemento (il calore) e la materia (la carta). In estrema sintesi è il fuoco che da il senso e la forma ai suoi fogli. La tecnica sperimentata e adottata dall’artista – con tutto il repertorio di precetti, ricette, metodi, procedimenti ed esperienze che anche l’inesperto riesce ad immaginare -, fa parte dell’ampiezza di interesse che su un piano più generale la tecnica ha conquistato nell’arte contemporanea. Nel pittore di Orzinuovi essa trova una adesione coerente con l’attuale impostazione estetica dell’arte, intesa “come processo e come formatività”. Non è, per intenderci, una ricetta di cucina, ma poesia e mezzo delle metamorfosi.
L’artista la utilizza e l’approfondisce perché quella techné gli fornisce la condizione di esprimere caratteri diversi, probabili o surrettizi stati d’animo, per recuperare visioni immaginifiche e persino un certo decorativismo insieme una certa retorica del fare. Ma al di là delle tante complesse interpretazioni che si possono dare del suo profilo fenomenologico, il linguaggio espressivo che sembra affermare Martinelli è un linguaggio di effetti thurneriani. Visionario, senza implicazioni concettuali, o almeno non precisabili in termini di qualità, di azione e non di automatismo del “mestiere”.
Sfodera in gran serie combinazioni fantastiche che risultano da una manualità ben addestrata e anche da una sicura sensibilità, dalla capacità di stupirsi e di inventare integrazioni e soluzioni di “valore aggiunto”, superando il momento del puro artigianato per quello di astrattismo lirico. Di sicuro gli si deve riconoscere l’impulso verso la libertà, il manifestare simbolicamente il superamento dell’iconismo tradizionale e dell’impronta “divina” che alcuni artisti ancor oggi si attribuiscono. “Dipingere è azione di autoscoperta” dice Pollock in un risvolto del catalo

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