Rino Sernaglia, il miracolo della luce, dalla scienza alla filosofia alla pittura


SERN RIN Scan_Pic0202Senza il miracolo della luce, tanta arte antica e contemporanea che strappa ammirazione probabilmente non ci sarebbe. Invece c’è quella che i pittori del passato chiamavano (Michelangelo, Leon Battista Alberti e quelli a seguire), col linguaggio di allora, lume. Distinguendolo tra originale, riflesso e perspettivo – parola quest’ultima che neppure gli scultori che l’hanno usata, scomodano più, come d’altra parte quel lumeggiare di moda tra i critici aleno fino alla seconda guerra mondiale. L’ultimo ad averlo scomodato (il lume) credo sia stato Roberto Longhi, ma più per un certo suo comportamento letterario arcaizzante dovendo parlare del Sogno di Costantinoumanità.nei momenti attenuanti e in quelli di progresso e allungamento attraverso una serie sfumature e passaggi tonali che la sviluppano nel continuum. In sostanza quel sembra aspirare Sernaglia è la traduzione in pittura di quel che certi poeti hanno messo in poesia, o musicisti nelle composizioni, o i filosofi loro riflessioni.
Lo fa da tempo, da un processo lungo, attraverso soluzioni strutturali che si collegano e si sostengono ma solo come supposizione o congettura. Inducono così le osserva a pensare a qualcosa di diverso da quel che sono. A un di più, a forme integrabili con lo spazio, con il cosmo, con la sospensione metafisica.. Chi ha scritto di lui ha detto un po’ di tutto (anche Forme 70, in edizione cartacea, ne ha scritto). Vi ha visto un’arte di indagine, un po’ filosofica, sociologica, costrutti-vista, suprematista, cromatica, cinetica, artificialmente tridimensionale, ecc. I “percorsi” di luce tracciati da Sernaglia si prestano alle esplorazioni. Sono il luogo delle domande, del presente percepito, delle possibilità di infinitezza, I suoi quadri sono una lente metaforica, che a volte ci svincolano da ciò che pensiamo, dallo stesso volume accumulato del tempo.
E’ un’arte diretta ma difficile, come hanno dimostrato le sue mostre a Pieve di Cento,

RINO SERNAGLIA "processo di purificazione" Acrilico su tela 41x58 (1972) prop.privata

RINO SERNAGLIA
“processo di purificazione”
Acrilico su tela 41×58 (1972) prop.privata

Desenzano, al Premio Ravenna, a Milano, a Lodi. Una volta abbandonata la natura, vinti i trabocchetti dell’astrattismo, che casualmente può dare l’impressione di vole fare capolino, Sernaglia ha messo i panni di un monaco di Theotocopuli e va dipingendo da almeno una quarantina d’anni non uomini, non paesaggi, non selve o nature o cose, ma, concetti, pensieri, meditazioni, numeri, nella cotante ricerca della luce. Non una luce mistica, ma più scientifica, tecnologica. Una luce intera, che si presenta come “agente attivo, pulsante, energetico” e che sviluppa in continuità sollecitazioni percettive, mentali.
L’artista Inserisce in una sorta di contesti geometrizzanti, sistemi mnemotecnici che muovono visivamente in spazi illimitati, in cui congegni (forme) a tempo angolosi e appuntiti, fanno avvertire che il suo (il nostro) “momento” presente di esistenza è una delle molte configurazioni suggerite dall’enigma (dalla matematica, dalla geometria, dalla scienza e dall’immateriale).
Nel Libro delle interrogazioniopera di .
Quello che ci arriva dai suoi quadri è l’amore stilizzato fra polimeri e alogeni. E’ una luce che cattura, conforta, integra, ma può tenere anche in sospensione, che muove fibre ottiche evocative di chissà quale attesa.
Non staro a citare Michelangelo, Leon Battista Alberti Balla, Fontana, Kandinsky, Rotho che la luce l’hanno usata come simbolo ed espressione di qualcosa, di supporto di soluzioni illuminotecniche ai linguaggi e allo stile, vista come “mezzo” e “messaggio”.

Nei lavori di Sernaglia si afferma come struttura, autonoma, dunque compren-sibile come “soggetto” di correlazione tra la creazione artistica, la scienza e la poesia. Cessa di essere un veicolo di suggestione e di illusione, che porta acqua (effetti) sulla rappresentazione e diventa qualcosa di più, di diverso, da citare, “soggetto” di un differente discorso sui concetti di percezione, di strutture fatte di luce, di propagazioni. Per rappresentare senza mediazioni il tempo.

 

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