KIKOKO, UN CATALOGO SENZA SALE


KIKOKO catalogo Scan_Pic0201A un catalogo che si fa apprezzare per le sue qualità precipuamente grafiche (quello di Andrea Cesari), se ne aggiunge un altro che non accontenta del tutto (quello delle opere di Kikoko). Il solito gioco delle parti, avrebbe detto lo storico Braudel.
Non è la prima volta che parliamo di cataloghi. In arte ne sono in circolo diverse tipologie: lussuosi, a volte pomposi; a volte scarni, ma non poveri, magari essenziali; altre volte piacevoli all’occhio e di contenuto squisito, o al contrario, belli tipograficamente, ma privi di vera sostanza.
Catalogo è un nome e uno strumento ambiguo. Può richiamare persino, a seconda degli interessi, quelli di Ikea, Avon, Esselunga, o le raccolte punti. Esistono cataloghi con finalità culturali e altri più o meno esplicitamente commerciali. Tutti che, direttamente o indirettamente svolgono una essenziale finalità di conoscenza e promozione, coerentemente con la logica del “sistema”.
Dal punto di vista di un artista il catalogo è uno strumento di valorizzazione e divulgazione. Contribuisce a rafforzarne l’immagine, ad aumentarne l’appeal culturale e mercantile. Per chi commercializza quadri o oggetti d’arte è invece uno strumento desiderabile, che aiuta a far conoscere la disponibilità all’“immissione sul mercato”.  Non è uno strumento di diffusione culturale o documentale, ma semplicemente un segnalatore di occasione o di offerta.
Di queste particolari pubblicazioni circolano esemplari diversissimi, orientati a seconda degli interessi dei protagonisti e degli operatori del “sistema”: quotazioni, mostre personali e collettive, ragionati e non, biografici, bibliografici, articolati secondo disparati livelli, funzionali all’enfatizzazione dell’immagine sul piano delle apparenze, della promozione, della diffusione commerciale e di quella pubblicitaria.
Spesso si incontrano persino cataloghi che anziché dare valore al curriculum degli artisti e alla qualità delle loro produzioni, esagerano l’immagine di organizzatori, allestitori, finanziatori, mercanti, pubblicisti. Anche se appariscenti e pesanti sono quelli che valgono di meno. Al massimo servono a dar lavoro a tipografie e a laudatori. Al contrario, ve ne sono altri, semplici e smilzi comunque ben fatti e completi. In grado di fornire dettagli e dati alle gallerie, agli scambisti, alle aste, agli stessi artisti, e che arrivano a orientare il lettore nella selva labirintica di nomi e opere che il sistema fa girare.
Questa introduzione che tocca il mercato è per dire che a Lodi la Galleria&gioielli di corso Roma e la collegata Galleria La Cornice di corso Adda hanno realizzato un catalogo di opere dell’artista toghese Kikoko, trentaseienne di Lomé per qualche tempo domiciliato nel Lodigiano, a Fombio, ora residente a Milano.
Il catalogo di Kikoko, alias Kouevi-Akoe Ekoe Komovi, messo in opera da Mauro Gambolò, è la traduzione di una idea funzionale: favorire l’interscambio di opere tra gallerie e mercanti, attraverso uno strumento di contatto preliminare. “Kikoko” – il catalogo -, intende corrispondere a questa logica comunicativa, economica e di marketing.
La “fatica” è riassunta in una ventina di pagine coloratissime che fermano l’occhio (l’attenzione) su 18 opere della produzione 2012-’14, rappresentative di un universo di figure, cose e animali, che instaurano paralleli e traslazioni con altre figure, cose e animali. La confezione unitaria di questo lavoro si conquista alcune nostre perplessità E’ debole nel  “rigore” grafico e non presenta tracce di fantasia e di espressione per poter mutare in persuasione informazione e conoscenza. E’ affidato inoltre a una composizione più di mestiere tipografico che, come avrebbe richiesto, di studio grafico. Rispetta coerentemente le potenzialità dei colori e la loro resa su carta lucida, senza però che l’impaginazione espliciti prerogative di controllo e di gusto compositivo. L’editing ci sembra debole, e qualche incertezza individuiamo anche a proposito del colophon. Sono particolari che, a nostro personale avviso, sottraggono prerogative all’“idea” (per sé ottima) e che riducono la forza comunicativa del “prodotto”, che rischia di trovarsi prigioniero di vecchi schemi grafici e di tenere in poco conto il fruitore, effettivo e potenziale

 

 

Aldo Caserini

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