KIKOKO SULLA SCENA ARTISTICA ATTUALISTA


KIKONO su Fornesettanta Scan_Pic0203Il pittore del Togo Kikoko oltre ad essere visibile alla Galleria La Cornice di corso Adda a Lodi  ha calendarizzato per l’autunno prossimo una antologica all’ex-chiesa dell’Angelo, sempre a Lodi. Verrà realizzata in collaborazione con la casa madre Galleria&gioielli di Mauro Gambolò. Come FORMSETTANTA ha già scritto, dell’artista africano è  stato realizzato un catalogo. Dalla pubblicazione riprendiamo lai presentazione dell’artista.

Come molti aspetti delle culture nomadi africane, anche le esperienze pittoriche di Kikoko (all’anagrafe Kouevi-Akoe Ekoe Kookovi), artista trentaseienne originario del Togo, in Italia da quasi un decennio, riflettono e trasformano cosmologie e tradizioni esposte alle diverse esperienze, dai segni rupestri alle interpretazioni di primitivismo ed etniche, dall’eclettismo francese alle manipolazioni del repertorio postespressionista, dalla miscela bizzarra tedesca alla resa innocente del lirismo italiano, alle tornate naive, ecc. Kikoko è diventato pittore dopo aver conosciuto un gruppo di artistinomadi nel deserto algerino, a Tamarasset. Negli ultimi tempi la sua arte – inizialmente pregna di pulsioni istintive, accesa di colore e ricca di materia, animata da forme di derivazione etnica e popolare – ha lasciato spazio a una produzione più controllata, ambiguamente figurale, fatta di “racconto”, sicuramente più compiacente verso modelli correnti, supportandola di atteggiamenti stilistici naive dove sagome e schemi “non artistici” richiamano a volte il fascino delle superfici murali e dei graffiti, e mostrano la pluristratificazione ed eterogeneità dei vocabolari.

KIKOKO "Il sogno del principe", 2014 - Tecnica mista su tela, cm 110x96

KIKOKO
“Il sogno del principe”, 2014 – Tecnica mista su tela, cm 110×96

L’artista muove su percorsi insoliti, decostruisce sempre i volumi tradizionali senza eccedere, rafforzando presenze e particolari figurali di richiamo attraente e di diretta riconoscibilità. Mantiene una sua personale carica iconica, compiacendosi di renderla meno istintiva e “originale” e più da risposta creativa, approssimandosi a forme di street art. Sviluppa insomma una pittura non tanto rivolta a disvelare dimensioni e profondità sconosciute di derivazione etniche (algerine, nigeriane, senegalesi, ganesi, del povero Benin, tutti paesi che hanno lasciato qualcosa nell’ immaginario di Kikoko “viaggiatore”), orientandolo nella “approssimazione” di figure e forme soggettivamente plasmate e curiose, in cui l’amalgama è data dalle esperienze meno “veloci”, condotte dall’artista in Francia, in Germania e, da sette anni, in Italia. Questo gioco continuo di sguardi tra culture sembra ispirato da una pratica sincretica, attraverso cui egli concilia elementi narrativi, filosofici o religiosi

KIKOKO

KIKOKO

e anche popolari, appartenenti a più culture, comunque africane, realizzando una sorta di bricolage antropologico, fornisce alla fine un’immagine prismatica in cui si cimentano colori, icone, storie, simboli, feticci, tradizioni e ambiguità formali. Nei suoi acrilici su cartone, su juta e nelle tecniche miste Kikoko nasconde spesso fatti, vicende, richiami a luoghi e a viaggi, evitando in ogni caso di entrare in un rapporto diretto con il pensiero e il potere dominante. Sostanzialmente le sue opere rivendicano luoghi condivisi, il senso di appartenenza a un tessuto sociale e culturale. Sono affidate al colore e al segno grafico e ricordano personaggi iperbolici, situazioni immaginarie, ambientazioni fantastiche, visioni oniriche, che possono anche assumere la grazia di un cartone animato. Nell’andamento sincopato dei motivi, le ripetizioni di forme, sagome, fogge, contorni, caratteri puramente gestuali e segnici, egli evoca un mondo di realtà abitato da spiriti tutelari. Naturalmente, la loro autentica natura e il posto che occupano nella cosmologia individuale dell’artista restano difficilmente accessibili. In ogni caso sono testimonianze evocative e spesso enigmatiche del quotidiano e della vita interiore e inventata. Nella duplice funzione di verità e artificio, sicurezza e inquietudine, dal punto di vista del risultato espressivo i quadri di Kikoko denotano insieme alla capacità individuale di portarsi dietro elementi di magnetismo e di poesia, l’avvolgente necessità della riflessione, la funzione etico- gnoseologica di scrutare attraverso la pittura; di portare sulla scena una “forza” diversa da quella tradizionale, un modo di raggiungere con linguaggio espressivo una capacità di comprensione del dato reale e del presente vissuto. Kikoko intreccia continuamente voci e risonanze di tradizione, di codici e di miti. Alla fine, si riapprossima alla sua origine, diciamo pure alla sua nascita, se è vero che in pittura si incarna sempre una creatura, una connessione fra il significato originario e la cosiddetta intenzione. Lo fa con una pittura che è oggi in parte diversa da quella che avevamo incontrato per la prima volta nel 1998 e di cui avevamo scritto. Come già accennavamo, gli ultimi suoi lavori hanno un confezionamento diverso, mostrano una abilità più prossima alla fabula e più esplorativa, meno ripetitiva e ostinata, più attenta a creare sintesi, a dare amplificazione a modelli e esemplari, e a giocarli secondo formule ad effetto. Pesci, uccelli, gatti, giochi, imbarcazioni, oblò, strumenti musicali, sigilli, figure umane, interventi di pura espressività riflettono un mondo di poesia, mai di rabbia, di protesta o ribellione. Costituiscono un conciso universo, in cui figure e cose e l’immaginario instaurano paralleli con altre cose, con traslazioni, a

KIKOKO Senza titolo, 2013 Acrilico su cartone, cm40x30

KIKOKO
Senza titolo, 2013
Acrilico su cartone, cm40x30

volte persino irridenti, a volte dense di suggestioni e richiami, a volte anche solo allettamenti di simboli e di personificazioni segniche, o metafore di chiaro riferimento avito. Come nel tema del viaggio, richiamato dagli elementi naturali, ambientali, di vita e mezzi di navigazione: un interesse fondamentale, che Kokoko traduce con ripetute citazioni che si rifanno alla pittura eclettico-manierista di estrazione franco-algerina, ma anche a quel tanto di “euforia” pittorica che negli anni Novanta fu caratteristica singolare di esponenti americani (Basquiat, Fisch, Schnabel), tedeschi (Baselitz, Kiefer e Lupertz) e italiani (Cucchi, Clemente e Chia). Una vitalità ed esaltazione che nell’artista toghese assume però una esposizione meno febbrile. più di impatto lirico e di impressione, e che passando da una tela all’altra origina accostamenti di idee ed è fonte di nuove immagini, di nuove percezioni e di nuove narrazioni.

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