FERRUCCIO PALLAVERA E IL RESTAURO DEL DUOMO DI LODI


Pallavera il DuomoAncora un libro sul Duomo di Lodi. L’ennesimo. Dopo quelli di Alessandro Degani (ed. Arte Lombarda, 1959; B.M.P.A.L, 1960). di Caretta, Degani, Novasconi (ed. BPL, 1966), di Eugenio Guglielmi (ed. Il Pomerio, 2001), di Giuseppe Sambusiva (ed. Opera S.Alberto, 2013). Quello fresco di stampa di Ferruccio Pallavera (ed. PMP,2014) è però qualcosa di profondamente diverso, arricchisce i precedenti, ci mette qualcosa di più che non era stato mai sviscerato e qualcosa che richiedeva d’essere ripulito.
D’altra parte, se non si assimila, che cosa si legge a fare, che senso ha documentarsi? Lo dicevano anche gli antichi che la cultura è un fatto di digestione, non di accumulo. Inutile tenersi tutta quella roba sullo stomaco, magari insieme ai “contorni”, alcuni dei quali serviti con supponenza critica ( Leonardo Borgese, Federico Zeri).
Con “Il Duomo di Lodi, dal Barocco al Romanico – Demolizioni, rifacimenti e restauri (1958-1966). Pallavera rimette tutto in circolo a formare nuova sostanza, nuovo sangue, nuovo interesse attorno all’imponente campagna di restauro di mezzo secolo fa.
Nelle 450 pagine del XV dei Quaderni di Studi Lodigiani (supplemento dell’Archivio Storico Lodigiano diretto da Luigi Samarati), l’autore non ha dimenticato proprio nulla. Senza squilibri né contraddizioni – strane situazioni che spesso si rintracciano nei libri di storia – si trovano storia, cronaca, vicende, idee, contorni, particolari curiosi e specifici. E ancora: l’atteggiamento della Chiesa, le biografie, i personaggi, gli uomini, le testimonianze passate, i ricordi presenti, persino il costo finale, che tra il ‘60 e il ‘64 fece sbizzarrire le malelingue, E, infine, uno straordinario corredo fotografico-documentale fornito dal Museo della Fotografia Bescapé di Cavenago d’Adda.
L’opera dilata lo spazio dei criteri di lettura alle dimensioni “umane”, sorprende e meraviglia come un grande quadro storico che risucchia lo spettatore in profondità. Pallavera rinuncia alle assolutezze della retorica, svela le cose non nell’aspetto che avrebbero se racchiuse nell’interpretazione, ma le libera attraverso la narrazione nei fatti, nei documenti, nei ricordi e nelle verifiche. L’identità dei lodigiani, le loro passioni, i loro gusti fanno discreta comparsa tra le righe; il duomo è l’esca per parlare di tante altre cose che stanno dietro al rifacimento, che non sono cose solo di ingegneri e architetti, di scelte estetiche e di finezze artistiche ma drammaticamente concrete, di decisioni da prendere, di audacie finanziarie, di posizioni politiche, di incontri ad alto livello, di rapporti ( a volte dissapori) tra persone.
L’autore mostra d’essere attento alla relazione tra concetto e controllo, all’ importanza aristotelica della conoscenza delle cause prime, la più efficace e sicura via per uno storico, perché conoscere e disporre delle cause significa disporre dei loro effetti. “Il Duomo di Lodi…” articola un flusso straordinario di informazioni, che forniscono spiegazione degli aspetti più “avventurosi” dell’operazione e gettano luce su quanto era ancora nel buio, introduce a particolari che altri hanno trascurato, e a verità supplementare. Senza enunciazioni teoretiche, senza “interpretazioni”, restando sempre su fatti, percorsi e testimonianze con minuzioso impegno.
L’accuratezza nell’indagare e nella stessa scrittura favorisce il posizionare l’attenzione del lettore anche sulle “scelte estetiche” su cui poggia la Cattedrale ri-costruita, e fornisce un’adeguata risposta alla ciarlataneria di quegli esperti che si esercitarono in labili giudizi,
L’intervento sul Duomo fu un’opera coraggiosa e urgente, sostenuta dall’allora Vescovo di Lodi, mons. Tarcisio Vincenzo Benedetti su progetto della Sovrintendenza dei Beni Architettonici della Lombardia. Affidata non a rispecchiare genericamente l’intento di consolidare e tramandare, ma ad affermare un concetto – l’idea di ripristino, di rifacimento, di integrazione, comprendente una serie di interventi anche “estranei” rispetto alla struttura originaria e originale. Quello sul Duomo fu un imponente intervento di restauro-rifacimento-ricostruzione dovuto alla necessità di un radicale consolidamento strutturale. All’architetto Degani va riconosciuto il merito di essere andato a vedere cosa si nascondeva sotto ai barocchismi posticci di una “chiesona di campagna” e di averne fatto pulizia (con la sola eccezione per le colonne in marmo nero che sorreggono la cripta). Fece anche altro, ruppe con certa facile consuetudine, e Pallavera lo documenta con una attenzione ai particolari quasi proustiana.
Privilegiato dalla Sovrintendenza il recupero dell’organismo romanico (sperimentato con successo in altre città lombarde), lo staff di Degani mise mano a tutto quello che trovò di romanico. Allora non ci si avvaleva ancora delle imponenti apparecchiature magnetometriche, penetrometriche, geoelettriche, di prospezione e altre diavolerie di diagnostica applicata oggi a disposizione. Dove avrebbe dovuto fermarsi Degani?
Dalle distinzioni affiora la dibattuta dicotomia del restauro tra “immaginazione artistica” e “immaginazione scientifica” e la definizione di “stato di conservazione”. In architettura il restauro è un problema: “…principalmente come consapevolezza di non essere traducibile in una teoria, ma soltanto in una ricerca aperta a soluzioni concrete sempre differenti”(Luigi Grassi, storico della critica dell’arte). Esemplare appunto il Duomo di Lodi. Tanto che una quindicina d’anni dopo la consegna dell’opera, Eugenio Guglielmi, ispettore ai Beni culturali e ambientali della Soprintendenza della Lombardia confessò: «Il restauro operato dal Degani è un esempio didattico per seguire lo sviluppo del pensiero tra teoria, scienza e prassi. La sua scelta si mosse tra uso di criteri estetici piuttosto che di criteri ispirati alla sola corretta conservazione dell’architettura storica, attraverso tutte le vicende che l’hanno caratterizzata nel tempo».
Le notizie e le cognizioni raccolte e documentate da Pallavera attorno all’operato di Degani non lasciano dubbi. Non a caso l’operato dell’architetto cremonese, che poi andrà a soprintendere a Trieste Monumenti e Gallerie del Friuli e Venezia Giulia e le Antichità, viene oggi citato nelle Università per le sue scelte sul Duomo di Lodi, al pari di Beltrami, Boito, Giovannoni, Besset, Annoni, Bonelli, riconsiderati alla luce dei problemi imposti dal restauro architettonico.
Ne “Il Duomo di Lodi…” i meriti di Degani vengono fuori senza particolare enfasi, attraverso il linguaggio e l’ economia dell’opera che da significazione a una ventina di capitoli, di cui almeno uno dedicato alle vivaci opposizioni incontrate dal progetto.
Con acutezza di riferimenti, Pallavera evidenzia come nell’intervento sul Duomo di Lodi non esisteva un problema di semplice restauro (secondo Cesare Chirici “termine oscillante ed equivoco”), ma erano da risolvere problemi conformemente alle esigenze di sicurezza.
I documenti raccolti dall’autore contestano implicitamente la semplicistica accusa di aver creato un “falso storico”. Dimostrano, al contrario, come il vero “falso” era presente nella chiesa stessa, frutto delle trasformazioni dei tratti stilistici originali che reggevano dal 1764. Quelli che un uomo di cultura, di nome don Luigi Salamina, più volte bollò di “barbaro scempio”.

 

 

 

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