ALIGI SASSU, CINQUANT’ANNI DOPO


ALIGI SASSU durante la prima parte dei lavori del mosaico. Il cartrone con l'immagine della Madonna verrà po modificato

ALIGI SASSU
durante la prima parte dei lavori del mosaico. Il cartrone con l’immagine della Madonna verrà po modificato

Un mosaico fuori dalla maniera

Quando giunse a Lodi nel 1962, Aligi Sassu aveva superato i cinquant’anni ed era un artista famoso in Italia, aveva partecipato a sei Biennali di Venezia (la prima nel ’38, appena sedicenne, su segnalazione di Marinetti) e con Birolli, De Grada, Guttuso, Migneco, Mucchi aveva dato vita a Corrente; inoltre, si era fatto notare all’estero a Losanna, Madrid, Nizza, Stoccolma, Parigi e Lugano. Prima ancora aveva firmato con Bruno Munari il manifesto “Dinamismo e riforma muscolare”. A Lodi arrivò con discrezione, in pieno agosto, chiamato dall’architetto Alessandro Degani, che a lui aveva pensato quando aveva messo mano ai disegni della tazza absidale del Duomo. In città c’era però già stato da ragazzo, di rientro da Thiesi, insieme al padre Antonio Sassu, anche lui pittore, che in Sardegna aveva fondato il partito socialista ed era stretto amico di Ettore Archinti, socialista come lui.
L’incarico di decorare il catino del Duomo, che reclamava una conclusione cromatica fu dato a Sassu su insistenza di Degani, anche se, la scelta del Vescovo fu una decisione “obtorto collo”, presa con qualche incertezza. Confortata dall’ esiguità dell’esborso richiesto (7 milioni e mezzo di lire), e dal fatto che al presule garbava una valutazione discordante (esteticamente) dalle “bellezze” patrocinate dai suoi canonici.

Il mosaico di ALIGI SASSU che orna la semitazza dell'abside della cattedrale di Lodi

Il mosaico di ALIGI SASSU che orna la semitazza dell’abside della cattedrale di Lodi

Se la prima opposizione ad Aligi Sassu poggiava sui costi (preoccupazione assolutamente infondata), la seconda reggeva sull’inadeguato gusto estetico del nostro clero, rimasto (per dirla con mons. Luigi Salamina) quello dei tempi di Francesco Croce, l’architetto che nel 1759 smantellò le volte della cattedrale, eliminò le navate romaniche e distrusse gli affreschi di Antonio Campi.
A Lodi Sassu raccolse apprezzamenti pungenti. Veniva giudicato un pittore “grave e spinoso”, “poco amabile”, “poco duttile”, “rigido e difficile”. Considerate le fonti potevano essere semplici ostilità professionali, ma molte di quelle indiscrezioni mi furono confermate (“a mezze parole”) sia da don Luciano Quartieri, allora segretario del vescovo, che da Raffaele Carrieri, che le riconobbe come tratti del carattere del suo amico Aligi.
Il mosaico fu completato a tempo di record e consegnato nel luglio 1993 e con rifiniture nel ‘94. Raffigura la Madonna Assunta con San Bassiano e Sant’Alberto, i santi padroni della diocesi, e Santa Cabrini e Santa Caterina, con ai piedi la città murata e in piccolo anche monsignor Benedetti. Non piacque immediatamente a tutti. Soprattutto tra il clero ci fu chi lamentava la linea troppo lunga delle gambe della Madonna e diede fiato alla polemica sulla distruzione della mediocre (e malmessa) tempera di Mauro Conconi, pittore milanese morto giovanissimo, spirito romantico noto per i ritratti di Byron, Chillon e Colombo e le decorazioni di ville reali.
Coi lodigiani Sassu non legò molto. Unica eccezione, Sandro Boccardi per il quale un anno dopo illustrò da Scheiwiller una raccolta poetica (“La città”, con intervento di Carlo Bo). Rifiutò una mostra al Museo Civico propostale dal sindaco Montani. In particolare si dichiarò risentito per la critica che Leonardo Borgese scrisse sul Corriere. Se ne andò a Mallarca a sbollire le proprie inquietudini. Aprì là uno studio, trovò moglie e iniziò quella che Dino Buzzati chiamò “la sua nuova giovinezza”. In mezzo alle critiche ci furono però anche consensi. Ne raccolsi alcuni per il “Bollettino della Pubblicità” che Bruno Zanella, avversando il rifacimento del Duomo non pubblicò. Per il gallerista Gianferrari, fu “un’impresa fuor dal comune” e Raffaele Carrieri riconobbe “una mano fatta da naturale eloquenza”. Alberto della Ragione, titolare della Galleria della Spiga fu più esplicito: “Sassu si è liberato dei canovacci e dell’enfasi.” Le polemiche portarono bene a Sassu: in Vaticano, la Galleria di Arte Moderna gli dedicò una sala, a Cagliari, a Palazzo Diamanti a Ferrara, a Castel Sant’Angelo a Roma e a Palazzo Reale a Milano, a Monaco di Baviera e al Castello di Rivoli e Barcellona fu un susseguirsi di antologiche.
Mori la sera del suo ottantottesimo compleanno, il 17 luglio 2000, nella sua casa di Can Marimon a Pollença.
A cinquant’anni di quello che non fu certamente il suo capolavoro, ma che con lentezza e perplessità i lodigiani hanno imparato ad apprezzare perché fuori dalla maniera, non è giusto perderne le tracce. L’opera di Sassu ha una sua freschezza. L’effetto è dell’affresco. Non quello che l’artista otteneva negli oli, sovrapponendo macchie trasparenti, conferendo alla descrizione appena un accenno, A parte il manto azzurro protettivo della Madonna, le figure hanno una loro statuarietà Il risultato è marcata, come se fosse a fuoco. E il fuoco, si sa, non permette pentimenti.

 

 

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