Marcello Simonetta ricorda Giorgio Upiglio a un anno dalla morte


GIORGIO UPIGLIO Editore, stampatore

GIORGIO UPIGLIO
Editore, stampatore

UN EDITORE, STAMPATORE, CONOSCITORE D’ARTE

“Ho cominciato nel 1945 all’ ATLAS, Arti Litografiche Ambrosiane a Milano in Porta Vittoria, con mio padre Emilio e mio zio Raffaele Cervone. Uno spazio di circa mille metri quadri con un reparto litografico condotto dal mio maestro Dante Caldara, un reparto tipografico e un dipartimento per il confezionamento del prodotto finito. In quel periodo, la sera, con mio cugino Luciano Cervone, stampavamo opere originali per amici pittori quali Gianni Brusamolino, Piero Leddi, Floriano Bodini e molti altri.”

 

SIMONETTAby MARCELLO SIMONETTA

Ho conosciuto Giorgio Upiglio quando aveva ancora il suo laboratorio a Tagliedo, un quartiere periferico di Milano, delimitato grossomodo dalle vie Mecenate, Bonfadini e Salomone. E’ lì che abbiamo agganciato il primo rapporto, poi sviluppato con cordialità e franca amicizia e tradotto in varie forme di collaborazione.. Frequentandolo ho visto lavorare molti artisti poi divenuti famosi. Mi ci vorrebbe una pagina di giornale per farne l’elenco, ammesso di saperli ricordare tutti. Di sicuro non potrei dimenticare Lam, De Romans, Matta, Vedova, Giacometti, Grass, Falkestain, Ackerman, Jorn, Errò, Fabbri.  Allora Upiglio cercava un collaboratore e mi chiese se avessi da consigliargli qualche volenteroso giovine. Gli proposi Giancarlo Pozzi, un giovane mio allievo di cui apprezzavo la tenacia operativa e la curiosità vivace.
Nel ’64, esattamente mezzo secolo fa, proposi a Upiglio di realizzare sotto la mia curatela una mostra a Legnano, alla

Il laboratorio stamperia di Giorgio Upiglio

Il laboratorio stamperia di Giorgio Upiglio

Associazione Artisti Legnanesi, di cui ero segretario. Accettò senza esitazione. Era la prima mostra di suoi lavori – di quei procedimenti tecnici di incisione e di stampa che lo renderanno poi uno specialista unico in tutta Europa. Arrivò all’allestimento con le opere di Arp, Alechinsky, Bellmer, Brauner, Ernst, Fontana, Giacometti, Guerreschi, Falkenstein, Hsiao Chin, Lam, Matta, Sugai e Volpini e fu un successo immediato, una sorta di rivalutazione dell’homo faber e dell’art graphiques, delle matrici ideate o incise o litografate o serigrafate manualmente, le cui “battute” ne consacreranno la maestria artigianale in giro per il mondo. E in giro per il mondo Upiglio ci andò personalmente presto, soprattutto in America e in Asia, nei mesi estivi, chiamato a insegnare quella sua personale tecnica di stampa, dove materiali e procedimenti erano medium, o meglio, diventavano potenzialità primarie ed elementari dell’espressione. Fu a Cuba – in quegli anni era d’obbligo per gli artisti andarci, ora non più o molto meno – incontrò Castro, fu al centro anche di situazioni “avventurose”, oggetto spesso di nostre successive “dispute” più che altro colorite.
Nel ’68 mi decisi a realizzare con Giancarlo Pozzi e Luciano Bianchi (con me nella Raccolta di Cascina Roma, a San Donato Milanese) una cartella di sei acqueforti che fu subito acquistata dall’editore Cerastico, noto collezionista milanese e consulente di Mattioli, mentre una seconda cartella con Davide Laiolo, dedicata a Cesare Pavese, che Upiglio avrebbe dovuto stampare per conto di Cerastico e destinata alla moglie di questi, non se ne fece nulla, per la morte improvvisa dell’editore.
Il mio approccio con l’arte incisoria è sempre stato molto sperimentale. Dopo le prime lastre di zinco incise in modo tradizionale, sono subito passato a disegnare sul catrame fresco e ad asportare la materia con una semplice asticciola. Vedendo lavorare Alechinsky, scoprii successivamente la tecnica cosiddetta all’acqua zuccherata colorata, una maniera – una tecnica incisoria e di stampa – che permette esiti grafici analoghi a quelli del disegno a penna e/o pennello su carta. Non l’ho più lasciata, anche perché la stampa di Giorgio Upiglio mi garantiva totalmente: volevo un fondo morbido, non piatto ma vibrante e l’amico Giorgio sapeva trovare sempre la soluzione per quanto da me immaginato e preteso, tanto che Leo Lionni poté scrivere di lui in “Etrusca”: “…oppure il caos rilassato che uno spirito più irrequieto e disordinato non potrebbe tollerare. O il fatto che tutto ora è nelle “sue” mani e che la lastra che gli porti, pasticciata dai troppi ripensamenti o incompleta per i troppi dubbi ritroverà nella sua saggezza artigianale la chiarezza degli originali intenti”. Giorgio mi assecondava nei miei accostamenti sperimentali. Mi suggeriva quel che la gente considera la sensibilità o il gusto: territori di preferenze puramente soggettive, di attrazioni misteriose, soprattutto sensuali, non assoggettate alla ragione. Per intrappolare una sensibilità (e lui sapeva farlo) bisogna essere guardinghi e delicati.
Da Mico, a tavola, si discutevano le soluzioni ed egli trovava sempre come conseguire il risultato voluto. “Interpretava”. Il termine può suonare ambiguo, ma Giorgio non si sostituiva con una sua “lettura” alla idea originale dell’artista. Era bene accorto a non sovrapporsi ad essa. Cercava e trovava solo la tecnica giusta per la soluzione attesa. Non suggeriva piani di trasformazione, ma di rafforzare l’opera nel suo contenuto.
Grande lavoratore, indefesso sperimentatore, una miniera di talento, non aveva bisogno di giustificarsi e di chiedere che cosa “dicesse” un’opera. Perché lo sapeva da sé. Possedeva un occhi critico allenatissimo. Era per tutti la consapevolezza umana, a cui gli amici affidavamo il compito di difendere la loro prestazione.
Il laboratorio di via Fara 9 dove si trasferì divenne presto un porto di mare, frequentato da personaggi di varia estrazione e provenienza, dagli scrittori ai fotografi ai giornalisti ai venditori di carte particolari o di vasellame di provenienza tombale etrusca, Un giorno un venditore di acque e birra mi propose l’acquisto di un mio dipinto in cambio di una camionata di acque minerali. Naturalmente non accettai e la scusa addotta fu semplicemente quella che non possedevo spazio sufficiente alla collocazione.
Abbandonata Milano a causa dell’avanzare dell’età, anche i nostri incontri si diradarono. Ma mi sono sempre mancati quegli incontri, quei rituali di devoto completo abbandono al colorato bagliore dell’arte. Tanto più oggi che se ne è andato definitivamente. Tra le ultime occasioni di scambio ricordo una importante iniziativa promossa con felice sinergia da Archivio del Moderno, Accademia di Architettura di Mandrisio, Museo Cantonale di Lugano e Biblioteca Salita. Upiglio aveva deciso di donare all’Archivio Moderno di Mendrisio migliaia di fogli incisi, lastre, manoscritti, volumi e altro materiale documentale. Mi chiese se ero disponibile a donare le lastre che lui aveva inciso. Non ebbi perplessità, lo feci, anche perché era lui a chiedermelo.
A Lodi ci gratificarono entrambi con una medaglia d’oro: “Una vita per l’arte”. Strano destino quello di vedersi accomunati in un riconoscimento che aveva già il sapore del rimpianto. Più avanti gli mandai il catalogo della mia personale di La Spezia e la nota apparsa sul Cittadino di Lodi. Seppi dal figlio della sua morte, mi consigliò di non vedere la salma.
Era l’11 ottobre di un anno fa.

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