FRANCO RAZZINI E ALBERTO MARTINENGHI: LONDON TOWN


Una immagine londinese di FRANCO RAZZINI

Una immagine londinese di FRANCO RAZZINI

Quando decide di impossessarsi di un paesaggio o di un momento per farne oggetto di discorso, non è l’attimo che il fotografo privilegia, ma la realtà individuata. Dopo di che – lo sosteneva Ugo Mulas -, tutti gli attimi più o meno si equivalgono. Al fotografo compete solo di individuare una sua realtà, alla macchina quella di registrarla nella sua totalità. London town che Franco Razzini e Alberto Martinenghi propongono alla Biblioteca Laudense è uno specchio che riflette volti, luoghi, ambienti, vita di una grande città, secondo il canone del fotografo che una volta individuata la realtà da rappresentare, riduce l’intervento alle operazioni strumentali. La regola costituisce però solo una delle tante frammentarie argomentazioni con cui la fotografia cerca di dipanare il rapporto che guida la facoltà creativa. All’origine, il solito dilemma: documentare ciò che si vede o raccontare? Scoprire, catturare o emozionare? Non tutti sono filosofi, sociologi, psicologi. Razzini e Martinenghi offrono di Londra una rappresentazione letteraria, in cui prevale l’imponenza del fascino londinese (Buckingham Palace, Piccadilly, i parchi, il Tamigi, la Torre, i luoghi). Un involucro che esclude l’osservazione analitica e problematica, e che ragguaglia in forma addolcita, lontano dal grigio della maggior città del Regno unito.

ALBERTO MARTINENGHI "Londra"

ALBERTO MARTINENGHI
“Londra”

Non secondari i particolari oggettivi. Razzini recupera la Londra di venticinque anni fa. Le belle immagini, frutto della conversione dall’analogico al digitale provengono da una raccolta di diapositive che nel 1995 fornì una mostra analoga. A sua volta, la strumentalità innovativa a disposizione di Martinenghi assicura un profilo che fa valere (e non nasconde) l’evoluzione della macchina e degli obiettivi. Diverso poi l’humus istruttivo colto dai due, a causa delle trasformazioni sociali, culturali, ambientali intervenute nella realtà londinese. Scontata la scaltra perizia tecnica e compositiva, sembra affiori una diversa consapevolezza: in Razzini è forse maggiore la tentazione di superare la barriera costituita dalla macchina; in Martinenghi è affermata l’importanza decisiva dello strumento e persino di un certo modo di riconoscersi in esso. L’interpretazione non è di stile, ma di atmosfere, anche se non sempre chiaramente riconoscibili. L’introiezione di colore per sottrazione, attraverso la conversione in bianco e nero, conferisce distinzione e rende accattivante in entrambi la descrizione delle immagini.

   

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