MARCO BELOLI SCULTORE. Rispecchiamento, demistificazione, linguaggio


MARCO BELOLI  scultore

MARCO BELOLI
scultore

“Dialogo tra le forme”

Casaidea, affermata azienda del settore Architettura Arredamento Antiquariato, attiva fin dal 1928, ospiterà dal 23 novembre al 14 dicembre 2014, alla Chiesetta dl Viandante di Tavazzano con Villavesco (Lo) una personale dello scultore Marco Beloli.

Marco Beloli è un artista figurativo ma poco ortodosso, la cui opera scultorea permette di riconoscerne la continuità e originalità. Partito da posizioni pittoriche e grafiche, si è sempre più avvicinato al medium della scultura, contrastando con efficacia plastica ed esistenziale l’“arte del sistema”, prevalentemente mentale e fruibile percettivamente.
Nelle diverse forme di arte attualista, oggi s’incontrano facilmente artisti che si muovono e artisti che stanno fermi. Chi pur muovendosi non si sposta di un passo e chi sembrando immobile è invece in movimento.
Il cinquantacinquenne artista plastico milanese è di questi ultimi. Incontrandolo potreste confonderlo (non fisicamente) con una qualsiasi delle sue tante sculture. Di quelle composte con stile di suonatore di strumenti a corda, muovendo i tanti fili di ferro, rame, alluminio e ottone con cui elabora immagini fantasiose, articola visioni romantiche, ingenue e schiette, dove ogni personaggio non ha senso da solo, ma nel gioco relazionale in cui è posto nella dimensione collettiva.

MARCO BELOLI "Il Ciclista"

MARCO BELOLI
“Il Ciclista”

L’immobilità formale si direbbe l’apparenza di Beloli. Il movimento – che comunque c’è, eccome! – costituisce il trapasso dal momento manuale-artigianale e decorativo all’ordito, al modo di vedere e rappresentare le cose e porle al loro posto, sotto legge. C’è in esse, infatti, un susseguirsi di idee semplici tradotte in immagini emblematiche, simboliche, paradigmatiche, ora “vaporose”, pregne di metafore e allegorie, ora in apparenza “svuotate”, in realtà solo morbide. In tutti i casi realizzate con un gusto che passa dal Barrocchetto al Neoclassico per poi farsi conquistare dal Novecento attraverso la ribellione espressionista e il richiamo primitivista in certe espressioni canzonatorie e beffarde.
Lo stile è attento, teso a cogliere l’identità dei singoli esseri umani e guarda spesso all’umanità stilizzata di un grande surrealista di Borgonovo, ma anche alle forme tonde e corpulente di un colombiano, ma l’insistenza narrativa è tenuta insieme dall’investigazione, fatta di cucina dei Navigli e ricchezze dell’Orlando.
In mezzo alla burrasca di chiacchiere con cui si sorregge l’arte contemporanea, l’arte di Beloli diffonde una bizzarra placidità. Può apparire anacronistica o assiomatica, lapidaria, censoria, narrativa, apologetica, di consueto esercizio di mano. Ma a ben vedere si scopre un’aderenza delle singole opere e dei diversi contenuti.
Le figure conservano schematismi che idealizzano a volte l’esemplare, sino a tradurlo in simbolo, o, al contrario, seguono contorni dai canoni pittoreschi sino a concedersi irritazioni e ironie, abbandonandosi a un’enfasi che fa pensare al designer, alla bottega artigianale e all’illustrazione.
Il modo di lavorare la materia non ignora i manuali. Il comporre è asciutto, con qualche concessione alla materia, trattata con leggerezza affettuosa, con stabilità ed equilibrio di rapporto con il volume, da culminare quasi sempre in forme espressive leggere, ordinate, fluenti, di richiamo appunto post-espressionista o, in qualche caso post-primitivista, senza tuttavia dimenticare la lezione classica della forma. Nella scultura di Beloli non circolano maschere di paure, di ansie o drammi. Abbondano invece i Tipi, i Caratteri su cui egli stende un filo di nessi razionali con le cose, le convenzioni, i pregiudizi, ma anche con le qualità, l’irreprensibilità e le virtù. Ecco allora nel suo repertorio Il Guardiano, Il Camaleonte, Il Sognatore, L’Affabulatore, L’Anticonformista, L’Equilibrista, Lo Stolto, Le Malelingue, Lo Stercoraro, Il Ciclista, Il Cavaliere, con cui egli recupera un certo impulso all’ironia, all’accostamento paradossale o alla serietà con cui i personaggi sono accompagnati nel teatrino della vita. Un teatrino di sapore pirandelliano dove la natura dell’uomo ne esce messa a nudo, levigata, sovrapposta, dove l’uomo non è mai però lasciato solo. Di volta in volta è affidato a imprevedibili incanti, a soluzioni divertite e leggere, in ogni caso collegate alle pagine del vivere: Oggetto del desiderio, Sensi, Concepimento, Maternità, Il Tempo, L’Inconscio, L’Ingranaggio, La Botola, La Verità, La Vanità, L’Evoluzione spirituale, L’Evoluzione creativa… sono i titoli che si mescolano alla folla dei caratteri e dei tipi.
Le opere di Beloli non cantano salmi, non macchiano di sangue. Raccontano soggetti che parlano della vita, di letture e ricordi che risvegliano metafore, che mescolano i ricordi del vero e la fantasia, le apparizioni, di tutto quanto fa parte o può far parte della rappresentazione figurale.
Potremmo definire la sua produzione un dizionario filosofico o quanto meno una raccolta di brani scelti con saggezza, In cui Beloli introduce elementi di diversificazione temporale classica: Nency, Busto di ragazza, Giovane Anima, l’Angelo; o di accensione surreale: Il Violino, il Toro, La Venere Botticella.
Materia e materiali compartecipano al risultato. Sono prevalentemente resine, gesso, cemento, ferro, rame. Negli ingredienti si trova di tutto, non perché ormai l’arte contemporanea di fa con tutto, come dice la Vattese, ma perché gli elementi sono quelli con cui la mano dell’artista-artigiano arriva a trasferire impulsi creativi alla mente. La materia partecipa alla creatività con le sue tipicità e caratteristiche. Sia pure posta sotto dominio (o controllo), mantiene una sua imprevedibilità nel tradurre l’idea. Che non è mai un’idea di puro intelletto o che mette in scena intensità d’emozioni, ma è una idea che pare spinta o attratta da altre idee in un gioco di concatenamenti, che in altre occasioni chiameremmo cultura.
Le figurazioni di Beloli, con la loro forte connotazione etica, non dicono in particolare niente di sconosciuto. Aggiungono però la velleità della fedeltà e della plausibilità fantastica, come hanno dimostrato nelle mostre di Vaprio d’Adda, al Castello Visconteo di Abbiategrasso e all’ex-Fornace del Naviglio Pavese. Su sfondi antropologici e psicologici, la sua è una mano che comunica idee e rimette in contatto con esseri umani (allungati o ingrossati nel tentativo di coglierne l’identità), in un colpo d’occhio.

 

 

 

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