LA MANO E LA MACCHINA, LA QUALITA’ NELLA QUANTITA’


Telaio serigrafico inserito in torchio industriale inciso fotomeccanicamente per tiratura rapida e illimitata

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Galleria

LA CORNICE

Lodi

 

La Galleria La Cornice (corso Adda a Lodi) ha ufficializzato la propria apertura con una esposizione che “impacchetta” l’arte tradizionale, frutto di lavoro manuale e lavoro della mente (detta anche arte di bottega) e l’arte moderna di produzione industriale. Della prima, prodotto dell’homo faber – in questo caso da Cicciarella, Talami, Kikoko ( il suo è tuttavia un bell’esempio del diverso clima culturale che fa sentire la sua voce) -, si sa da tempo tutto o quasi, e non c’è opposizione nel mondo corrente; della seconda, trattandosi di una “variazione radicale” che sostituisce la serialità artigianale della mano individuale con la serialità della macchina – in galleria rappresentata da fogli firmati da Dova, Guttuso, Nespolo, Germanà, Giovagnoli – la conoscenza è andata in parte dispersa dopo lo “sciame” prodotto qualche decennio fa.
Alla Cornice dunque si incontra da una parte arte di fruizione esclusiva (il pezzo unico), dall’altra un’arte che oggi consiste “nel concepire” e nel “far fare”. E’ questa distinzione che da motivazione (oltre a quella strettamente commerciale) alla mostra: chiarire cioè la socialità dei multipli (peraltro già riassunta in tutto il processo e nelle ricerche da Vasarely, e, nella vicina Milano da Munari, Mari, il Gruppo T attorno alla galleria Danese).
Per questo l’iniziativa non va presa come qualcosa priva d’effetto. Anzi. Può servire (serve) a riaffermare tra il pubblico lodigiano in primo luogo la distinzione tra la “serialità artigianale” (l’acquaforte, l’acquatinta, il bulino, la maniera nera) e il “multiplo”, opera che anche se firmata dall’artista, si marca per la “impersonalità” delle esecuzioni a macchina.
La proposta aiuta a superare gli equivoci che ancora oggi si incontrano e le diffidenze procurate da certo spericolato uso del “prodotto”; non solo, ma soccorre, in parte, a cogliere nella serialità l’esistenza di “differenze” di riproducibilità nell’uso dello strumento e di interventi di abilità manuale durante lo sviluppo.
Nei decenni trascorsi il percorso del multiplo aveva sostenuto una forte accelerazione. Non molti artisti avevano saputo mantenere nella concretezza dei mezzi e delle tecniche utilizzate elementi di naturalezza e distinzione da non annullare del tutto l’individualità riconoscibile.
Sottratta alla “magia” e all’aristocrazia della mano-mente – ovvero alla grafica originale d’arte (quella che, per esemplificare, nel lodigiano si identifica con Cotugno, Volpi, Poletti, Vailati, Belò) – e affidata all’azione retorica della libertà di linguaggio e all’uso politico della diffusione democratica (di cui si era fatto parte, per alcuni aspetti, Il Gelso di Giovanni Bellinzoni), la proposta artistica del multiplo aveva raccolto ampi consensi. Di fronte ai “pericoli” manifestatesi (anch’essi peraltro previsti e denunciati dagli artisti più attenti) era poi caduta nelle spire della confusione mercatistica.
La mostra non indaga sulla serialità, ma lancia aperture in direzione di una maggiore conoscenza della riproducibilità non in contrasto con l’originalità artistica, da riaccendere interesse sulle varie vicende e sviluppi dei multipli d’arte e sulle stesse distinzioni che, al loro interno evitano equivoci, aiutano a non parlare di “copie” e a guardarsi dai “finti multipli” che ancor oggi invadono il mercato.

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One thought on “LA MANO E LA MACCHINA, LA QUALITA’ NELLA QUANTITA’

  1. mauro gambolò ha detto:

    Grazie ALDO per il tuo articolo molto centrato
    mauro gambolò

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