CLAUDIA MARINI. Una giovane artista che osa osare


L'arista lodigiana  di origini trentine  CLAUDIA MARINI

L’arista lodigiana di origini trentine
CLAUDIA MARINI

Dalla fotografia al collage
dal frammento al montaggio
dall’assemblage
alle variazioni sulla tecnica
del rayogramma  all’exprit.

Un “assaggio” della sua opera
si può gustare
alla Libreria Sempreliberi
di Lodi
in attesa della personale al Caffè Letterario
della Biblioteca Laudense

 

Di Claudia Marini artista – fotografa e grafica dai percorsi creativi sottoposti a metodi di ricerca – si conosce poco oltre all’essenziale. Da tempo la trentaquattrenne creativa lodigiana (di origini trentine)  tiene insieme ricerche parallele e convergenti al confino tra pittura, texture, grafica d’arte e applicata, collage, con relativi passaggi all’ambiente, alla fotografia creativa e alla pubblicità. Recenti mostre hanno fatto perdere le tracce legate alla formazione (diploma artistico al Munari di Crema, grafica e pittura londinese, specializzazione grafica a Brera). Soprattutto il passaggio dalla fotografia di orientamento sociale, dove la pratica del “ritaglio” contribuiva a creare un pathos simbolico e concettuale,   al recente  collage di carte precedentemente incise, dipinte, fotografate.  Un passaggio che l’ha caratterizzata per i cromatismi e i richiami orientalizzanti e per il ricorso a inglesismi nominali (Bunchy, grappolo, Noodies, tagliatelle, Spore, spora, cellule di riproduzione). Un vezzo – quello degli inglesismi –  che forse potrebbe risparmiarsi, perché non aggiunge nulla di “in” alle peculiarità di una ricerca fatta di vibrante intrusione di colori in movimento, di oscillazioni formali e di intrichi coreografici – una vera danza di pattern –  giocati dall’artista con libertà e fantasia, e sempre ricondotti ad una ordinata decoratività.  Lucia Grassiccia, che cura testi critici per alcune associazioni e gallerie (es. The White Gallery, dove la Marini ha esposto nel 2012) e per “Artribune”, dal suo personale punto di osservazione, ha colto nell’arte della Marini “un senso di leggerezza e armonia, un tempo interrotto in cui la contemplazione è un invito”. Facile, allora, andare all’opera di Hiromi Masuda, famoso autore di bolle di vetro, straordinarie per bellezza, ma anche per qualcosa di più profondo, di note che compongono melodie con ritmi sempre originali.  E’ quanto cerca e crea l’artista lodigiana?
Accanto alle ricerche che proseguono sulla scia delle innovazioni tecniche e formali – di quelle introdotte dalle avanguardie storiche e di quelle di tendenze diverse che negli ultimi decenni sono state caratterizzate da una visione articolata del rapporto oscillante tra riproposizioni innovative, fino ai recuperi e alle coniugazioni di maniera nuova – si collocano gli assemblaggi di carte multiple cromatiche della Marini, una vera esplosione di cromatismi, di suggestioni armoniose, quasi euforiche, ma anche di contrasti – accennati con discrezione – tra forme complete e appena iniziate, che si articolano e convergono trattenute da una sorta di elettromagnete.

Una pregustazione di quel che l’artista ha in programma di esporre prossimamente al Caffè Letterario della Biblioteca Laudense è possibile vederla in questi giorni alla Libreria Sempreliberi, dove vengono proposte immagini divise su tre fogli da “sembrare” il risultato di figurazioni corrispondenti, che in realtà non lo sono. A parte l’intenzione originaria, conta il modus operandi, affidato a tecniche di composizione imparentate con quelle manifatturiere, in cui l’artista manipola i materiali senza un intento precipuamente estetico. La Marini affronta, per ora, un’arte monotematica, anche perché essa coincide con il suo momento di maggiore interesse tecnico-elaborativo di cui si serve. I risultati non hanno contenuto letterario. Si distinguono, da tanta produzione corrente locale, per la complementarietà tra immagine e decorazione, tra platter ed effetto ottico, tra sviluppo, intreccio e variazioni sullo stesso tema. Non hanno retroterra simbolico, metaforico o rappresentativo. Fanno pensare a un Julio Gonzales. lo scultore  che dichiarava di sezionare un quadro e distribuire i pezzi nello spaio, visto che in definitiva i colori non sono altro che indicazioni di prospettive differenti, di piani inclinati da una parte o dall’altra.
La manualità specializzata (e istruita) della Marini esalta la scelta del fare artistico, la possibilità cioè di conferire dimensione poetica a materiali tutto sommato poveri (aggiunte di carta ritagliata da matrici diverse), realizzando lenzuola o piccole tele (come quelle alla Libreria Sempreliberi)  con l’accostamento di frammenti tagliati e incollati per cui l’opera può puntare o su un aspetto di suggestione ( narrativa) oppure sulla composizione e sul ritmo, come un quadro astratto. E’ insomma un’arte che nega la manualità istruita della pittura e la sua mistica del tocco, mentre esalta l’essenza del fare, la scelta di conferire significato e dimensione poetica collegata a una temporalità e al materiale. I risultati raggiunti sono strutturalmente convincenti. Come già nella fotografia, ciò che la Marini fa emergere è il controllo dell’immagine. L’intervento non si riduce all’occasionale ma  a dare vita a rappresentazioni “legate da un collante narrativo”, magari semplicemente ottico. Può sembrare un divertimento ma lo dice lunga sul rovesciamento che l’artista introduce nella relazione con l’immagine finale. Per dirla con Scianna, non più immagini del mondo o immagini di noi stessi, ma immagini (figurazioni) al posto del mondo, immagini al posto di noi stessi.

 

 

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