Felice Vanelli, con lui si è fatto pace col “sacro”


FELICE VANELLI: Affresco nella Chiesa di Dovera (Lo)

FELICE VANELLI: Affresco nella Chiesa di Dovera (Lo)

Classe 1936, dunque Oltre i settanta, prossimo Old older, così gli inglesi che amano i termini filtrati. Con l’arte, Felice Vanelli schiva ostacoli e trappole che l’età mette sul cammino di ogni umano. “L’arte mantiene giovani”, mi disse una volta (da giovane). Anche oggi, che fra una generazione artistica e l’altra si rischia di non condividersi e non capirsi, la vitalità in arte è una prerogativa che a lui non manca. Egualmente non gli sono in difetto la dignità del mestiere, il culto dell’antico, l’aggiornamento delle tecniche, l’esperienza del limite. “Qualche volta la vecchiaia è come la nebbia va è viene”. Si capisce che vuol accennare garbatamente a un certo grado di attenzione.
Operoso da ragazzo, figlio di un ferraio (Bruno) e di una madre (Luigina) che prevedeva con quattro figli funzioni casalinghe tutt’altro che marginali per importanza, Felice ha sempre avuto per il lavoro manuale un grande e religioso rispetto. Nelle sue storie le mani hanno una straordinaria fioritura, popolano di movimenti simbolici.
Vanelli organizzò la sua prima mostra (al Museo Civico di Lodi) a trent’anni. Segno di pazienza e anche di un certo fastidio per quegli amici pittori coetanei smaniosi di farsi annunciare.
Dapprima ha praticato una figurazione d’intonazione e qualità realista, poi, in rimonta, di contenuto iconografico, molto letterario nei risultati. Da cui sprigiona effusioni storiche, bibliche, evangeliche, talvolta in funzione popolare, rigorosamente affinate – non raffinate -, curiosamente pregne di reinvenzioni e di richiami all’attualità. Percorse da una convinzione bellissima, che la stagione dell’arte per salvarsi dovrebbe appellarsi a un genio superiore, a quel Buonarroti, pieno di forza e di luce, sul quale egli insiste nell’appoggiare il suo stile.

Istantanea di Felice Vanelli (Foto Franco Razzini)

Istantanea di Felice Vanelli (Foto Franco Razzini)

Mentre negli anni Sessanta l’arte scivolava verso esperienze dirompenti, non figurative, egli liberava il proprio spirito, rivelando inclinazione speciale (disegnativa e plastica) a comprendere il soggetto sacro. Contro ogni tentativo di dissuasione.
Per alcuni sarà anche irritante, ma per Vanelli il cielo continua a rimanere azzurro, come quando uscìto dalla scuola di affresco del Castello Sforzesco e da quella di nudo a Brera, iniziò a dipingere nature morte, ritratti, soggetti allegorici e simbolici. Costituiscono esempi di personificazione delle arti e dei sentimenti.
Ricordate che si scriveva prima “in brutta”, poi in bella? Lui ancora oggi prima abbozza, disegna, da un filo logico alla traccia, mette in libertà i pensieri.
Pittore del sacro? L’interesse sopraggiunse appena ventitreenne, con l’incarico di affrescare la chiesa di Camairago, un’opera di grande impegno di lavoro in cui Vanelli scoprì la sua più aperta personalità. Rivelerà poi quanto grande sia il debito della sua pittura nei confronti di pittori del Cinquecento e Seicento di carica emozionale. Ovviamente distaccato dalla loro eleganza e dal loro fanatismo politico-religioso, per scelte più aderenti alle sue convinzioni, alla sua coscienza e alle sue speranze. E con qualche approssimazione e analogia, vicino alla scuola realista di recupero neoespressionista e stile siciliano.
Venelli old? Il rischio di vederlo sottomesso a un restringimento di interessi e di ambizioni, a una riduzione di autostima e al misoneismo, non lo sfiora. Sempre attivissimo, è quotidianamente impegnato a dipingere e a plasmare forme, legato sempre a una cultura di armonia e di bellezza, a rappresentare il bello ideale, nel quale continua a credere, come a un insieme di qualità che eleva lo spirito.
Nelle chiese i lavori di Vanelli abbondano. Anche se lui non è mai stato un iconista puro (un Barbelli, un Nuvolone o un Pombioli, per intenderci) ma ha sempre cercato, da artista, di coniugare in modo credibile la propria arte (di soggetto religioso) con la sensibilità, i problemi e le contraddizioni dell’uomo contemporaneo.
Possono incontrare favori o meno, proporre diverse interpretazioni, e, naturalmente, giudizi, i suoi lavori sono un documento della varietà degli elementi che intrecciano e accompagnano l’ attributo di messaggero. In una trentina di chiese le opere esprimono prerogative, abilità e vizi, danno prova di maturità dei suoi percorsi e delle finiture. Ci sono però anche le opere “di cavalletto”, in cui egli sposta i termini del racconto e del rapporto, e a volte “esplode”, si abbandona come un giovane in discoteca all’estro, libera forme (sapienti, prudenti o esagerate) che creano incontro e spesso rivolgono uno sguardo consapevole allo spettatore.

 

 

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