MARIA STAGNO CHICCO, L’ITALO-AMERICANA CHE HA LASCIATO RICORDI NELL’ARTE LODIGIANA


CHICCO Scan_Pic0169Una decina di anni fa, prima allo “Schicchiribicchieri” poi all “Pusterla” di Casalpusterlengo si era colto motivo dai risultati delle due esposizioni per riportare l’attenzione sulla figura di un’artista che, rivelatasi per la prima volta con una mostra al Gelso di Giovani Bellinzoni del novembre 1970, aveva trovato conferme l’anno dopo alla galleria Duomo di Crema e in successive collettive sia allo spazio di via Marsala, sia a Milano.
Siciliana di nascita, insieme a Gabriella Podini Garbelli, Maria Minelli Mocchi, Bruna Weremeenco, e, marginalmente, a Kezia Picca Scagnelli fondatrice e animatrice del Gruppo artistico Ada Negri, Maria Stagno Chicco, moglie del direttore del Centro Sperimentale dell’Asgrow, aveva allora contribuito a rendere evidenti i ritardi di un’arte locale coniugata al maschile.
Presentatasi nel 1995 in chiave sorprendentemente figurativa alla Pusterla di Casale (dove risiede la famiglia della figlia) con una serie di acrilici sculture e ceramiche, diverse da quelle che negli anni Settanta avevano suscitato meraviglia, rivelando ai lodigiani le differenze con cui negli Stati Uniti si faceva arte usando i colori e i materiali, si sperimentavano linguaggi e si affermavano stili rispetto alla “nobiltà” della nostra provincia, l’artista aveva puntato su immagini lontane dalle opere di espressionismo astratto con cui si era fatta conoscere negli anni ’70. Dopo di che era di nuovo “involata”, tornata in America, a far la nomade (immaginiamo) tra Venezuela, Texas, N.Y.
Ma la sua figura d’artista, la sua volontà e forza espressiva, il ruolo avuto in quegli anni, l’immaginario poetico e letterario con cui ha accompagnato l’esperienza lodigiana, hanno lasciato traccia da non poter essere dimenticata. Siamo sollecitati a ravvivarne qualche parte, dai tanti che hanno apprezzato il percorso e lo svolgersi dell’esperienza, compresi i lunghi silenzi.
Informale o figurativa? Convertita e interessata alla descrizione o sempre attratta ad esprimere sensazioni libere, a lasciarsi coinvolgere dai momenti di estrosità e di inventiva?
Cosa produca oggi non sappiamo. Una cosa comunque ci preme dire a proposito di quei suoi “passaggi” degli anni ‘90 tra informale e figura. Le figure della Chicco arrivavano in successione, sempre dopo la stesura e l’estensione del colore. Non erano pensate prima, non avevano matrice nell’idea. Erano un modo, un’occasione, niente di più, per “racchiudere” i suoi colori intensi nei rituali dell’identificabile e del riconoscibile.
Privato di ogni valore crepuscolare, affidato alla traslazione chimica dell’acrilico, il colore ha sempre avuto (e pensiamo abbia conservato) un ruolo e una funzione prevalentemente esplosiva per le capacità di colpire le facoltà sensoriali e culturali del fruitore, coinvolgendolo sul terreno dell’immaginario femminile. Esso diventa però “intenzionale” dal momento che la accidentalità è una tecnica che l’artista ha sempre perseguito. Questo non impedisce che a volte esso non venga “lasciato ai propri meccanismi” e risulti raccolto in stesure, che possono prestare richiami a forme figurali.

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