L’OTTOCENTO DI OSVALDO BIGNAMI, ENRICO SCURI E FEDERICO BRAMBILLA


IL MIRACOLO DELL’INCORONATA

IV

 

Incoronata 2by Aldo Caserini

La prima metà dell’Ottocento non registra interventi pittorici rilevanti all’interno dell’Incoronata se non la “ridipintura” degli spicchi della cupola ad opera del bergamasco Enrico Scuri che nel 1840 concepì di dedicare le otto vele ai santi lodigiani (S.S. Naborre e Felice, S.Alberto Quadrelli, Beato Jacopo Oldo, San Bassiano, Santa Lucrezia Cadamosti, Santa Savina dei Tresseni) e all’incoronazione della Vergine.
Il secolo ha segnato uno spostamento dell’interesse dalle chiese alle case private e il relativo cambio di committenze dalla nobiltà agraria alla borghesia cittadina, che prediligeva nei salotti il genere decorativo, intimista con traduzioni romantiche anche nel paesaggio naturalistico (Pietro e Osvaldo Bignami, Bottini, Borsa, Pietrasanta, Leoni, Bertamini, Mosé Bianchi, Roncoroni, Chizzoli, Belloni, Sommariva, Antonioli, Conca, Maiocchi, ecc). Poche le varianti originali (Hayez, Scuri, Ferrabini, Arienti). In città risulta dominante una linea variegata, per non dire una linea accortamente sedativa e di genere. I modelli “europei” non raggiungono Lodi, si fermano a Milano. E da Milano viene appunto chiamato ai primi del novecento un frescante nativo di Lodi.
Si tratta di Osvaldo Bigmami (1856-1936), fratello di Vespasiano esponente della scapigliatura milanese, al quale gli viene commissionato di decorare il pronao dell’Incoronata con immagini della facciata originale del Tempio e del momento ufficiale della posa della prima pietra. L’opera sarà portata a termine solo nel 1925 a causa di una malattia agli occhi del pittore. Il che spiega – secondo la Zuffetti – “la loro assai modesta fattura”.
Una diversa qualità di Ottavio Bignami pittore e decoratore è documentata a Milano (chiesa di Santa Maria del Carmine), in alcune chiese della Brianza, a Lodi (nella cattedrale, La proclamazione del dogma dell’Immacolata e L’apparizione di Lourdes), a Novara e a Vigevano. Suoi ritratti sono infine conservati nella Quadreria della Società degli artisti e Patriottica di Milano.
Le otto vele della cupola dell’Incoronata rivelano nel bergamasco Enrico Scuri (1806-1884) un pittore già protagonista nelle decorazioni da soffitto, dotato di indubbia facilità pittorica e contraddistinto dall’accuratezza che nei particolari risalta quanto la freschezza inventiva.
Neoclassico, ricalcando il suo maestro Giuseppe Diotti, lo affianca inizialmente nella esecuzione di alcune opere della cupola, ma quasi subito gli subentra per sopraggiunti problemi di vista del maestro. Nel catalogo dell’artista di Serina non c’è solo il tempio dell’Incoronata. Grazie a un nobile collezionista, il conte Vitaliano Borromeo, c’è anche la pala del Santuario della Madonna della Fontana a Camairago.
Enrico Scuri, fu pittore di storia, accademico in senso stretto, riconosciuto come esponente di tendenza. Come tale di interesse nazionale per avere rappresentato in Italia l’ultima voce del Classicismo, contrapposta alle diverse forme che si delineavano vincenti del Verismo e del Realismo, ma soprattutto per l’effettiva qualità espressiva. Se considerato nell’ottica più recente della ricerca storico-artistica, un “caso estetico e storico”. Scuri entrò all’Accademia Carrara come allievo di Giuseppe Diotti, a tredici anni, quando il Neoclassicismo era ancora vitale e vi uscì ottantenne, dopo avere tenuto cattedra per quarant’anni. Con la sua pittura accompagnò tutti i rivolgimenti dell’Ottocento italiano fino all’Unità d’Italia. Nella raccolta delle opere registra dunque immagini che ondeggiano tra la retorica del melodramma e l’intimismo borghese. Gli affreschi dell’Incoronata non sono una “contraddizione” ma qualcosa di utile che aiuta a considerare il suo personale percorso, esemplificabile in quattro momenti fondamentali: classicismo, contrapposizione a verismo e realismo, ricerca illusionistica, intensità naturalista e devozionale derivata (probabilmente dal Carracci o dal Ricci).
E’ il 1866 quando i fabbricieri del tempio decisero di dare al Santuario una nuova decorazione, più consona con lo stile rinascimentale e con le decorazioni più antiche” e chiamarono il milanese Federico Brambilla (1838-1921) a decorare a fresco alcune paraste, contribuendo a rendere più chiara la loro funzione che è, sia pure marginalmente, strutturale, talvolta confusa con la lesena, che ha funzione esclusivamente decorativa. Su semipilastri o semicolonne, Brambilla mostra una personale energia pittoresca e un accento plastico romantico, assolto con mano sciolta e vivace e libertà compositiva “attingendo a precise allegorie”. Le sue decorazioni, di rigorosa eleganza formale si uniscono con grande equilibrio a quelle che i decurioni affidarono all’inventiva di Callisto Piazza, ai suoi fratelli e alla loro bottega
Brambilla fu allievo a Brera dell’Hayez, col quale collaborò alla realizzazione delle lunette della Galleria Vittorio Emanuele a Milano. Sia nelle decorazioni a fresco, sia nei dipinti di soggetto storico-letterario fu legato a modi carichi di emozione e sentimento, ma tentò anche temi orientalisti.
Nei sui interventi, la Zuffetti coglie un procedere derivato dalle sottostanti paraste, nonché lo sviluppo di “temi allegorico precostituiti”, diversi per ciascuna parasta.

(Segue)

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