GIOVANNI BELLINZONI GALLERISTA (1929-1992)


IL VIZIO DELL’ARTE

“Il Gelso” 1970-1990
“Il Nuovo Gelso” 1991-1992

FOTO DI GRUPPO alla Galleria IL Gelso. Paolo Marzagalli, Giovanni Bellinzoni, Pippo Sponoccia, Enrico Bai, Dadamaino,,Amedeo Anelli e Guido Oldani

FOTO DI GRUPPO alla Galleria IL Gelso. Paolo Marzagalli, Giovanni Bellinzoni, Pippo Sponoccia, Enrico Bai, Dadamaino,,Amedeo Anelli e Guido Oldani

Il Gelso non è stata una delle tante gallerie, una dei tanti contenitori vuoti sorti prima e dopo in città. Merito del suo fondatore, di quel Giovanni Bellinzoni che ha subito fatto della sua autonomia e del suo “profilo” critico, il motore per ricavare esperienza estetica ancor prima che organizzativa e dal diretto rapporto con artisti e critici suoi consulenti e amici l’occasione per sollecitare stupori e nuovi interessi. Realizzando in via Marsala a Lodi il punto per un racconto corale al quale partecipavano artisti di tutta Italia.
E’ senz’altro apprezzabile che nel 2002 si sia tornati parlare di questo gallerista d’avanguardia, conduttore dello spazio di via Marsala a Lodi (prima al n.50, poi al n.31), sede di mostre indimenticabili e, soprattutto, centro di irradiazione culturale, di dibattiti e incontri di livello nazionale e internazionale.
Personalmente siamo testimoni del suo dolore, quando si vide costretto a chiudere i battenti. Allora sperò creando il “Nuovo Gelso” di poter riannodare il rapporto dei lodigiani con l’arte visiva. Nel dicembre del 1991, inaugurò lo spazio in piazzale Barzaghi con Edgardo Abbozzo, con il quale aveva solidale amicizia. Subito dopo, con “Scaffali”, propose Abbozzo, Baj, Brindisi, Cantatore, Castellani, Dorazio, Nespolo, Spinoccia, Tamburi, Turcato. Poi, a maggio, una collettiva di Abbozzo, Calderara, Ceroli, Consagra, La Pietra, Mastroianni, Tadini, Vedova, ecc. Ma i lodigiani ormai guardavano ad altro. Una constatazione che ne accelerò il declino fisico, fino alla morte avvenuta il 21 dicembre 1992.
Come gallerista Bellinzoni portò a Lodi nomi significativi dell’arte italiana del tempo. Bastano pochi nomi: Umberto Mastroianni, Ibrahim Kodra, Lucia Pescador, Pippo Spinoccia, Rino Sernaglia, Lucio Fontana, Alik Cavaliere, Dadamaino, Eugenio MOntale, Emilio Scanavino, Agostino Bonalumi, Umberto Mariani, Paolo Baratella, Enrico Baj Fernando De Filippi, Piero Dorazio, Dadamaino, Fernanda Fedi, Bruno Munari, Emilio Tadini, Mario Schifano, Antonio Fomez, Edgardo Abbozzo, Ugo Nespolo. Nomi assolutamente inimmaginabili oggi

IL GELSO. Paolo Marzagalli, Amedeo Anelli, Giovanni Bellinzoni e Andrea Cesari in galleria

IL GELSO. Paolo Marzagalli, Amedeo Anelli, Giovanni Bellinzoni e Andrea Cesari in galleria

Nel ventennale della morte si poteva pensare a qualcosa di diverso rispetto alla prima iniziativa.. A ricostruirne non solo la pratica curatoriale, ma il percorso, a studiare i confini del Gelso sulla scena dell’arte milanese, ad approfondire le condizioni della sua “visibilità” e del suo successo oltre che strettamente espositivo come luogo di transito e di metamorfosi di ricche stagioni.
Avrebbe restituito una immagine più completa di questo promotore coraggioso, con il fiuto dell’anticipatore. Basti pensare alla sua attenzione per la fotografia, proposta attraverso le opere di Luigi Ghirri, Aldo Tagliaferro, Stefano Valabrega, Migliori, Fabrizio Garghetti, Pino Secchi). Oltre che i meriti di esser stato uno straordinario sostenitore di artisti locali (Mauro Staccioli, Giuliano Mauri, Maria Chicco, Gabriella Podini, Fabio Scatoli, Andrea Cesari, Vittorio Corsini, Mino Eboli, Paolo Costa, Paolo Marzagalli, Mario Quadraroli, Franchina Tresoldi, Luigi Poletti ecc.).
Nelle vesti di curatore, Giovanni Bellinzoni è stato un personaggio necessariamente eclettico – a un tempo animatore, pusher e fratello degli artisti, un creatore di comunità, uno che faceva che le cose accadessero, suggerendo idee, letture, interpretazioni. Sempre disposto a misurarsi con i diversi linguaggi dell’arte e con le più diverse interpretazioni. Le mostre a cui ha dato forma, sono tracce inconfondibili. Interpretano una pratica “creativa”, che non si limitava ad “attaccare” quadri alle pareti. Di ogni artista era attento al vissuto, con tutti condivideva l’esigenza di mettere in scena le tracce delle loro mitologie individuali. In tanti anni di intensa attività ha avuto il merito di provare e riproporre la natura propositiva dell’esposizione, non una vetrina “di lusso”, ma di un esibito discorso sull’arte e. quindi, sul mondo. Non è mai stato un “commerciante” di opere d’arte, ma un cantiere di idee, tra i cui compiti c’era anche quello di scuotere il gusto e i rituali di una città di provincia ridefinendone il ruolo rispetto alla vicina Milano..

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