GABRIELLA PODINI GARBELLI / Figure e forme dell’immaginario femminile


GABRIELLA  PODINI: "Nel bosco", 1968

GABRIELLA PODINI: “Nel bosco”, 1968

I primi anni Settanta consolidarono a Lodi la presenza femminile in pittura che, allora, dopo la morte di Lucia Bestetti Antonioli, la “pittrice dei fiori”, si riconosceva e riassumeva in Tina Stagni Grossi, una pedagogista gioiosamente dedita a rappresentare la campagna lodigiana e cremasca, Kezia Picca Scagnelli, interessata a una figurazione geometrizzante, condotta con estrema semplicità; la triestina Bruna Wereemenco, che spiluzzicava canoni cèzanniani e cubistici, e Maria Pia Minelli Mocchi, una allieva di De Amicis, dalle pennellate robuste e dai sonori colori. Dall’America giunse Maria Stagno Chicco, artista che liberava le arditezze informali delle avanguardie americane che con la geniale Gabriella Podini Garbelli – attenta in particolare alle esperienze francesi -, che resero più evidenti, con la loro presenza alla G10, i ritardi storici di un’arte locale coniugata al maschile.
Per la caratterizzazione e il ruolo da lei avuto nella pittura locale, sarebbe impossibile non ricordare Gabriella Podini Garbelli. Con la messinese Maria Stagno è stata sicuramente la personalità più innovativa “adottata” dalla città del Barbarossa, una pittrice che ha saputo distinguersi all’estero, in quella Parigi che spesso la ospitò e dov’era stata libera frequentatrice all’Istituto Nazionale delle Belle Arti e assidua lettrice alla Biblioteca Nazionale (dove sono ancora sue lastre e calcografie). Nella capitale francese partecipò al 36° Salone internazionale di Maggio ed ebbe modo di conoscere l’arte surrealista di Moliner, Hambal, Bellmer, Bantig poi trasmigrata, sia pure per accenti, nella sua.
Nativa di Bolzano, teneva a queste sue radici, da farle ritrovare anche nel parlare attraverso inflessioni che stringevano insieme l’italiano, il tedesco e il ladino. Era una donna seducente, considerata una originale perché estranea agli stereotipi della provincia, non eccentrica comunque, ma distinguibile e amabile – nel portamento, nel vestire, nella conversazione, negli interessi, nelle relazioni – sicuramente l’artista più dotata e personale nella ricerca e nella elaborazione di nuove forme pittoriche, per il modo di essere e confrontarsi. Non una “estrosa” , ma una donna che viveva di cultura, che aveva piena conoscenza dei movimenti artistici da lei accostati: la metafisica, il dada e il surrealismo. Da un certo momento della sua vita in poi si è nutrita di cultura europea, divorando libri impegnativi di autori russi e francesi, ma anche di psicologi e analisti junghiani e freudiani. Quando parlava d’arte, non nascondeva la consapevolezza che la pittura stava procedendo su trappole e trabocchetti. “Chissà se si comprenderà ancora la pittura”, si chiedeva. Metteva un gran fervore, perché – diceva – si parla dell’uomo e l’ uomo per essere rappresentato in pittura ha bisogno d’essere conosciuto e capito nelle sue incompletezze”. La sua pittura è stata in larga parte “indagine”, scopriva e offriva “interpretazioni”, non era solo attraente dal punto di vista della “novità” rappresentata. Sapeva però anche concedersi rapimenti, abbandonarsi alla poesia, all’eleganza del segno, all’abilità della mano. La sua era una pittura mai oziosa, pronta a dare testimonianza di ciò che può affiorare dall’io e a non perdersi nelle brume dello snobismo, a dare senso di contenuto a forme fatte di rotondità, di linee e curve in cui i corpi di contorcono e si scoprono nel loro ricercarsi.
Nel suo studio di via XX Settembre a Lodi, dove anche abitava, gli chiesi una volta quale fosse la fonte della sua “ispirazione”. Mi risposte senza esitazione:”Credo che occorra provocare l’ispirazione o, piuttosto, lo stato di lavoro…” In altra occasione Gianni Garbelli, suo marito, mi disse: “Non ti conviene salire da Gabriella. Sta’ per mettersi al lavoro. Prima di iniziare lei ama il silenzio, si concentra su se stessa. E’ una preparazione. Fa il vuoto in sé e attorno a sé”. Da cui tirava fuori flussi di originaria vitalità dove l’immagine e i simboli plastici si alternano e si fondono. E compongono insieme le pagine di un diario appassionato di tensioni e di felici abbandoni che testimoniano l’inesausta ricerca del momento di accordo di tre dimensioni temporali: quello dell’esperienza individuale, della storia della cultura e della civiltà pittorica e del tempo metafisico dell’essere.

 

 

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