ALDO BONI, AL LATO ESTREMO DEL POP


Aldo Boni, illustratore

Aldo Boni, illustratore

Siamo al lato estremo del pop. Ma il baricentro, – il “core”, appunto – usato non poeticamente ma come riaffermazione dello specifico popolare in Aldo Boni ondeggia tra il comic strips (il fumetto) e il graffito, tra il foglio di disegno e il muro, tra il desiderio di esperienze qualificate e il messaggio di consumo visivo. Lodigiano, trentacinquenne, formazione underground, corsi di ceramica a Lodi e di fumetto a Milano, ha fatto parte del gruppo di “Popcore”, una formazione eterogenea, un drappello di giovani che dichiarava una aspirazione: mettere insieme cultura pop e Pulp Fiction per cucinare e servire qualcosa di diverso.

Il fumetto è a pieno diritto, da mezzo secolo, nelle forme della comunicazione artistica. Le sue tecniche (insieme ad altri aspetti della low art) hanno offerto ricco materiale iconico alla pop art. Oggi ha una reputazione autonoma, non inferiore a quella di cui godono la pittura, la pubblicità, i graffiti, la video art ecc. Funziona secondo le meccaniche della persuasione occulta, suppone nel fruitore un atteggiamento di simpatia e di evasione.

Boni ribadisce l’ immagine ludica di quando disegnava lineamenti sulle moto degli amici. I “tipi” da lui creati sono un prodotto da officina, ma posseggono anche una loro carica di poesia. Sotto le simpatiche mostruose riduzioni infantili. sono tipi capaci di naturalezza e genuinità, Non sono uno strumento malizioso per contrabbandare problemi, sono un atto continuo e fedele di ricerca di affinità e di feeling col fruitore.

ALDO BONI: "Where is Bill?", acrilico su tela, 10x30 cm.

ALDO BONI: “Where is Bill?”, acrilico su tela, 10×30 cm.

Il disegnatore costringe a parlare del fumetto, se non altro perché gli elementi semantici, la grammatica dell’inquadratura, la prepotente visione del visivo e il ricorso iconografico sono quelli del fumetto. Anche se lui non impiega termini linguistici e l’articolato non è tra parola e immagine, ma tra l’ immagine e il montaggio. Le componenti formali che danno struttura al plot, all’intreccio, sono rappresentati da un continuum addizionale di forme squadrate, di colori decisi, di acutezze esasperate negli angoli, di prospettive ripetute e insistite in chiave vagamente neocubista. Anche il richiamo ai graffiti non è una impertinenza. Nel complesso l’artista rivela una capacità disegnativa strutturata; una attenzione accorta alla tecnica comunicativa con codici che puntano direttamente all’immaginazione e alla curiosità del fruitore. Nei suoi lavori non si dispiega una qualche ideologia. Anzi, in essi sembra s’incarnarsi un modello tutto sommato conformistico, benché non manchino quasi mai richiami alla protesta, all’opposizione, alla provocazione o a profili di comportamento sociale.

Dice Aldo Boni di disegnare per trovare un “equilibrio nelle forme e nei colori”. “Per disegnare e basta”. Una dichiarazione che lascia supporre un atteggiamento di distacco e di evasione. Con queste affermazioni pone a debita distanza sia la problematica estetica, sia la problematica ideologica. Delimitando l’interesse alle strutture formali, agli stimoli individuali, sembra voler prescindere dalle amplificazioni culturali, di contenuto. Ma lavora pur sempre sull’esistenza di una koinè. Ricorre a convenzioni, standard, codici, prototipi. Prima o poi, è inevitabile, finirà per esplicitare con che cosa essi si identificano.

 

 

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