VITTORIO VAILATI, LA POETICA DEL SEGNO


VAILATI VITTORIO: "Il chitarrista"1984, acquaforte e vernice molle. 350X500

VAILATI VITTORIO: “Il chitarrista”1984, acquaforte e vernice molle. 350X500

Eleggere, rivelare, chiamare”: in troppi modi si cerca sempre di attribuire una qualche definizione all’attività concreta del poetare; così per quella altrettanto concrete ma anche astratta, di relazioni complesse, affidate al segno, “luogo privilegiato”, diceva Sciascia, per la comprensione del mondo della poesia e della cultura.
Cosa il poeta nomini, sveli o chiami, perché lo faccia e in che modo, o cosa l’artista grafico attraverso la categorie dei segni – segno in sé, in rapporto all’ oggetto, in rapporto all’interpretazione – fa intravedere, l’ombra della risposta rimane sempre sfuggente ed eterea, non c’è modo di darle materia. E’ quanto suggerisce (a noi) il tentativo di entrare nella ricerca espressiva di Vittorio Vailati, incisore atipico proprio per il sistema di segni a cui egli affida il linguaggio: da un lato assertivo o constatativo, referenziale, emotivo, di contatto e imperativo, dall’altro estetico e performativo, come quando si abbandona alla materia, alle scorie dello scavo, alle barbe lasciate sulla lastra a determinare un loro percorso attivo o al carattere tonale dell’acquatinta.
Vailati osserva procedure e varianti tecniche di scuola urbinate, ma innerva alle funzioni segniche – che naturalmente si accavallano e sovrappongono nel processo comunicativo – una poetica grafica, dove la forma (il reale) illude di far cogliere risposte definitive e lascia sempre un’ombra sfuggente e indeterminata.
Nato come incisore sul finire degli anni Settanta, è con la frequentazione dei corsi internazionali di Urbino condotti da Renato Bruscaglia e Carlo Ceci che Vailati si è dato uno spazio consistente e le sue opere hanno iniziato a raccogliere consensi compatti e vasti. Numerosi fogli di quegli anni, sono stati l’ asse portante di alcune sue esposizioni. Tra queste, senz’altro quella a Palazzo Sormani; una mostra che si ricorda ancora oggi volentieri, perché ricca di frammenti di quell’itinerario che lo ha fatto conoscere anche fuori d’Italia: in Belgio (Bruxelles), in Romania (Bucarest), in Polonia (Lublin), in Spagna (Valencia) e in Germania (Costanza), e che oggi da pregnanza al riconoscimento di un artista noto per indagare realtà urbane e sociali e nello stesso tempo, essere sottile traduttore di maschere poetiche con cui traghettare il fruitore dalle suggestioni del segno alla visione mentale dei toni Poetica, appunto.

VITTORIO VAILATI

VITTORIO VAILATI

Aspetto facilmente desumibile in certe lastre da cui emergono le grandi verità delle piccole cose, il carattere solipsista della sua poesia, le suggestioni e le convergenze con autori, che hanno in sé il travaglio della maturazione, della ricerca, della definizione di un ambiente, di un linguaggio e di una coscienza. Esattamente come in Pavese.
Acquaforte, acquatinta, punta secca e vernice molle sono le tecniche con cui più frequentemente egli ha caratterizzato il suo linguaggio di incisore. Il ricorso a una tecnica poco segnica come l’acquatinta non nasconde tentazioni pittoricistiche. Anche se Vailati è nato prima come pittore, il suo linguaggio rimane, al di là di certe valenze (più apparenti e legate a momenti delle varianti tecniche introdotte), un linguaggio segnico, incisorio.

IL CITTADINO, Cultura&Spettacoli, 19 agosto, pag 30

IL CITTADINO, Cultura&Spettacoli, 19 agosto, pag 30

 

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