UMBERTO ESPOSTI, L’ISTANTE E LA STORIA


Umberto ESPOST

Umberto ESPOST

A settembre una personale di suoi lavori alla galleria di Ambrogio Ferrari in via Oldrado da Ponte a Lodi

I pittori continuano a dipingere. I negozi di colori a vendere colori. Le fonderie a fondere. Le gallerie a organizzare mostre. Ma dall’altra parte sempre più raramente si incontra Umberto Esposti. Chi si trova a visitare il Museo di Arte Sacra della Diocesi di Lodi (un assortimento di opere varie raccolte e selezionate da Monsignor Luciano Quartieri nelle sale dell’appartamento vescovile unite alla Cattedrale) può almeno fermarsi con l’attenzione su due sue inconsuete immagini, due sculture maiolicate, il “San Bassiano” e “La pietà” , donate dall’artista una decisa di anni fa.
Nell’ampia produzione dell’ ultraottantenne scultore (è nato a Lodi nel 1932), sono due opere che vale la pena vedere: senza pieni e vuoti, affidate alla lucentezza della bianca ceramica, in esse si colgono vibrazioni luminose, frutto di una fedeltà all’istante. L’istante che si isola e diventa prima emozione e poi materia.
Esposti ha sempre praticato l’attività con energia e fervore, stando però ai margini della città, preferendo mostrare i propri lavori in centri di altro richiamo (Positano, Capua, Napoli, Genova, Albissola, Montisola ecc.) dove la sua arte ha incontrato interesse e simpatia e ottenuto riscontri.
Da noi, a Lodi e nel Lodigiano, si possono ricordare una sua mostra alla Muzza di Sant’Angelo (2003), una antologica alla Bipielle (2005), le

Una scultura di Umberto Esposti

Una scultura di Umberto Esposti

presentazioni tenute alla galleria di Ambrogio Ferrar, in via Oldrado da Ponte nel 2010, 2011, 2012. Quanto basta per formarsi un’idea. Ciò malgrado, di lui e dei suoi lavori si continua a conoscere poco e a parlare ancora meno. Equivale a dire che la pittura è rimasta nelle cornici, la ceramica nelle teche e le particolari sculture nelle sale di qualche municipio o piazze? Fuor di metafora, no. Anzi…Quella di Esposti è una biografia ricca di mostre, di premi, di adesione a manifesti e di “ismi” (Iperspazialismo, Post-Spazialismo), costruita soprattutto su esperienze concrete.
Dopo l’attività di concessionario d’automobili condotta   insieme al fratello, Esposti, catturato dall’ambiente di Brera incontra e frequenta una “galleria” di nomi importanti (Fontana, Sassu, Crippa, Capogrossi), ai quali “ruba”, nell’obbligo del giorno per giorno, un po’ di mestiere, che mette in assaggi di forme e di forme in germoglio e che lo decideranno (più tardi) ad avviare studi a Lodi e a Varese. La prima mostra (di pittura e scultura) arriverà solo verso la fine degli anni ’60, quando presenterà a Cosenza forme più compiute, nutrite dalla tradizione. Ma come spesso capita agli artisti, la vena si mette “in crisi”. E lui, ancora nei “trenta”, molla tutto e si fa catturare dall’incantevole nebbia dell’ avventura, che lo mette sulla via “dei pozzi” petroliferi. Finisce in Iran, Iraq, Egitto, Sinai, Tunisia, a lavorare su piattaforme nel Mediterraneo e nel Mar Rosso. Accumula esperienza umana e di lavoro. Dentro però il richiamo delle forme non si asciuga, continua la sete di modellare sagome e forme, la voglia di sperimentare applicazioni espressive. Le trova nell’ assemblaggio. Scopre, come altri artisti italiani di quegli anni, come nella materia si può trovare tutto: simboli, mimetismi, metafisica, energia, astrazione, poesia…), e come col ferro di recupero si possono costruire sculture da vincere la sensazione del vuoto interiore e quella dei deserti. Nasce quel che lui stesso chiama “l’uomo biella”, l’ “homo fundulus ambulatilis”, mentre lascia che la propria pittura si muova libera su una linea onirica liciniana.
In San Bassiano e Pietà, Esposti ricorre a foglie sottilissime di terracotta invetriata e smaltata per evidenziare un linguaggio personale che lo fa uscire dalle categorie usuali della manifattura applicata, mentre nelle altre forme espressive arriva ad una comunicazione conformata su esigenze di modernità e rinnovamento. L’essenzialità della configurazione e l’applicarsi a una disinvolta immediatezza manuale, assicurano alle opere vivacità e intensità inventiva. Nelle sculture la materia conferisce forza naturale e accento fitomorfico. I volumi compatti dialettizzano con forme dinamiche e germinano cariche di tensione. Mentre dalle strutture affiorano frammenti di corporeità visionaria. L’armonia è affidata a un configurarsi di forme e di significati plurimi che dipanano nello spazio e nel tempo.

IL CITTADINO, "Cultura&Spettacoli", venerdì 1 agosto 2014

IL CITTADINO, “Cultura&Spettacoli”, venerdì 1 agosto 2014

 

 

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