CARLO FRATTI, UN CLASSICO D’AVANGUARDIA


Un olio di Carlo FRATTI

Un olio di Carlo FRATTI

Cinque anni fa, in un medaglione sul Cittadino dedicato a Carlo Fratti, artista santangiolino esigente e poco aduso alle platee, che aveva appena esposto all’Atelier Revolution di San Colombano al Lambro e “Al Viaggiatore” di Sant’Angelo Lodigiano, trovavano convalida significativi pertugi della sua personalità: una visione etica della pittura, una scelta figurativa ostinatamente antiaccademica, un concentrato di emozioni dense di perforanti significati di spessore culturale.
Estraneo alle autopresentazioni, Fratti è rimasto, forse per sua libera scelta, sicuramente per l’indolenza dell’ufficialità, uno sconosciuto ai lodigiani. O quasi. Non perché l’arte da lui praticata (pittura, scultura, incisione, disegno), alla quale è tornato dopo una lunga parentesi, non faccia fantasticare di delizie, ma perché la fretta con cui oggi si mettono in piedi le iniziative , le si frequenta e di esse si scrive, aiutano poco la “lettura”. Una pittura, un quadro, è come un libro, diceva Pontiggia. La fretta fa perdere la bellezza e il gusto dell’azione del leggere; non fa entrare nell’ “avventura”. Al limite fa dimenticare il nome dell’autore. Il quale ha bisogno invece che il fruitore diventi un corpo unico con la sua opera. Senza troppe interruzioni e divagazioni.

Carlo Fratti, incisione

Carlo Fratti, incisione

Fratti, non è artista da ignorare. Per un decennio è stato direttore storico-artistico del Morando Bolognini. Nel suo palmares, tra tanti riconoscimenti, ce n’è uno specifico per meriti culturali e artistici conferitogli da Giovanni Paolo II, grazie al quale un suo lavoro è entrata in Vaticano. Fatto non inferiore, poi ch’egli abbia avuto maestri a Brera Toti Scialoja (dal quale ha sicuramente appreso la lucidità, il gesto e il segno come apertura verso una intimità meditata), Usellini, Minguzzi, Russo.
”Stregato” dalla pittura monotematica, sviluppa temi che danno impronta alla sua comunicabilità: l’ inquisizione, la persecuzione, le torri, le nuvole… Nel colore fa prevalere il rosso, e, nel vigore ( anche segnico) un certo luminismo. Le sue rappresentazioni sono corali e i personaggi lasciati immaginare attraverso sagome e profili. L’impronta è di un operatore fertile, nutrito di perfetta conoscenza del disegno, sottratto al naturalismo, dotato di un repertorio di fantasia e di riflessioni intellettuali.
Il simbolo è l’incarnazione dello stupore e del modo con cui egli lo vive. Una delle sue serie (le torri) può essere letta Carlo Fratti sculturain modi diversi: come una “rivisitazione” in chiave moderna dell’orgoglio umano o, in alternativa, come simbolo della aspirazione dell’uomo verso l’infinito. Qual è il senso specifico? Quello della dimensione peccaminosa allusiva al motivo della confusione delle lingue e della separazione delle genti generata in seguito al castigo divino, o quello della vigilanza e della ascesa che l’uomo contemporaneo deve riappropriarsi? O è il semplice risultato di movimenti e ritmi plastici e luminosi, inseguendo forme compatte e vibranti?
Una Turris eburnea lascia intendere che l’artista assegna al simbolo la funzione di congiunzione tra l’uomo e il Cielo. Le immagini possono però avere valenza dechirichiana. Fratti, che ha frequentato lo studio romano di De Chirico, potrebbe avere assorbito elementi archetipali all’interno di un sistema temporale immobile, nell’area del fantastico.
Il colore rosso, in lui accede direttamente al sangue e allo spirito. Non è ottico. Non fa dire “è bello”. Procura piuttosto emozione. Fa dire “è toccante”. La sua è una pittura d’urto. Vale per “il suo esser lì, esser stato, tornare lì”, direbbe Scialoja.

 

 

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