EDGARDO ABBOZZO (1937-2004) E IL LODIGIANO


Lo studio dell'alchimista. Foto di Attilio Quintili

Lo studio dell’alchimista. Foto di Attilio Quintili

Dinnanzi alla “avventurosa” vicenda di una amicizia intensa e pubblica come quella dell’artista umbro di fama internazionale Edgardo Abbozzo e del gallerista lodigiano Giovanni Bellinzoni non si può non soffermarsi sui significati che essa ha avuto nella proiezione della cultura visiva di una città allora piuttosto provinciale nella scelta dei propri interessi ed estranea all’ intrecciarsi dei mutamenti dell’arte. Negli ultimi anni del “Il Gelso”, lo scultore, pittore, grafico ceramista di Perugia è stato l’ascoltato consigliere del gallerista lodigiano. Alcune iniziative e artisti hanno trovato visibilità in via Marsala a Lodi proprio grazie alle sue indicazioni. Giovanni Bellinzoni usava preferibilmente definirle “insegnamenti”, intendendo con ciò dare alle proprie scelte di gallerista l’impronta suggestiva del magistero dell’allora direttore dell’Accademia di Belle Arti Vannucci di Perugia e membro del Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione, già direttore degli Istituti d’Arte di Deruta e di Firenze e docente di scultura alle Belle Arti di Carrara e di Perugia. Erano quelli, gli anni della svolta, della rottura e delle innovazioni fuori dalla tradizione, delle performance, del comportamento, dei materiali, Sotto l’aspetto della ricerca, Abbozzo, l’ Etrusco, come affettuosamente lo chiamava Bellinzoni, era un cervello delle avanguardie artistiche del centro Italia, senza essere uno di quell’esercito che con manifesti politici e carri allegorici rincorreva le mode dettate dal mercato, i temi e le tecniche suggerite dalla società dei consumi, ma un artista che nell’ arte tecnicamente avanzata cercava di far convergere e convivere elementi disparati in una logica appropriata alla tradizione e da guardare al futuro. Faceva circolare nelle sue opere i temi suggestivi della luce e dell’ombra, della temporalità e della percezione e dell’intuizione, cautelando nelle forme l’armonizzazione degli elementi. Ndel suo laboratorio didattico, come lo definiva, insieme agli sforzi della ricerca accompagnava quelli per il rilancio dei saperi artigianali, sollecitava anche un nuovo professionismo presso gli artisti. Da qui la grande importanza che dava all’educazione estetica e al ruolo della scuola. Era un maestro di dialogo, di uno scambio che non è mai stato né informativo né didascalico, esperto nel gioco delle prospettive. Nella formazione degli allievi rompeva con certi schemi d’accademia, coltivando rapporti speciali, non da “maestro” ma da collaboratore. Nella seconda metà degli anni ’80 l’amicizia col direttore di Kamen’ che svolgeva un fertile lavoro di consulenza per Bellinzoni, facilitò l’incontro tra i due, che si stabilì subito in confidenza e affiatamento anche sul terreno degli orientamenti espositivi. Abbozzo mirava a saldare l’attività dell’amico su percorsi creativi meno “illusionistici” (parole sue); l’altro, puntava a sovvertire in città le tradizionali funzioni dell’arte, da strumento di decoro degli uffici e dei salotti della borghesia a mezzo del dibattito culturale. Rincresce che proprio questo profilo non risulti esaminato e posto in luce nel volume sulla mostra commemorativa dell’attività del gallerista. Tra le carte e i referti non sarebbe stato malagevole rintracciarne il filo conduttore. Ricordare è importante, ricordare bene lo è ancor di più, soprattutto se i fatti sono chiamati a distinguere nelle biografie. Quali, appunto, le qualità dei rapporti di due appassionati cultori dell’arte che coltivarono la suggestione di rompere col “vuoto” (parole del gallerista) di una tradizione conformista radicata nei luoghi comuni. Quanto importante sia stato il lsodalizio si riceve dal fatto che nel decimo anniversario della morte del gallerista, mentre il “montaggio” istituzionale era tutto intento a promuovere le agende dell’ufficialità ufficiali, da Deruta Abbozzo non esitò a mandare a Kamen’ un gruppo di aforismi, di massime e pensieri pubblicandoli con dedica all’amico. Di Abbozzo, nel lodigiano, si è scritto molto, che è quasi difficile riprendere il filo di una tessitura tanto ricca, affidata in qualche caso a quella logica “cosmologica”, nutrita di “platonismo antico e moderno” (Anelli), che ha accompagnato la poetica ultima dell’artista. Il quale, preferiva parlare di “vocazione oscura” quanto “irresistibile”, di una necessità culturale. Di fronte alle sue opere ricordiamo ancora l’interrogativo di uno scultore che ci sollecitava a renderlo esplicito attraverso “Forme ‘70” ( un foglio da noi diretto e sostenuto da Bellinzoni): come neutralizzare l’azione di teorie e azioni di un’arte sottratta alla configurazione definita secondo le regole delle avanguardie degli anni ’50 ? Coniata da riferimenti non ideologici? Come reagire a una posizione che attribuiva al momento artistico d’essere “uno zoo”. Nello spirito la sua arte Abbozzo ha anticipato le ricerche “tecnologicamente avanzate” con cui oggi gli esperti teorizzano una diversa elaborazione attenta al portato dei media, di altre tecnologie elettroniche, chimiche, magnetiche, industriali applicate eccetera. Chi ha interesse a ricostruire la storia recente non ha difficoltà a riconoscere all’esperienza del maestro umbro una ricchezza di perfezionamenti e connessioni, di apparati e elementi incardinati nell’uso. La lingua comune dell’arte ha sempre usato ossimori, figure retoriche che negli accostamenti servono a tenere insieme due contrari. La complessità della natura non sempre può essere ridotta a unità. Abbozzo ha cercato l’unità, la coincidenza tra luce e ombra. Per il resto l’arte da lui elaborata (dopo l’abbandono a partire dagli anni Ottanta dei riferimenti precedenti) ha resi innocui quei rimandi retorici. Troppo diversa e lontana, da modificare la stessa esperienza del mondo. Ha ridotto la luce a segno, la luce a cosa, la luce a traccia. Ha evocato “l’oscura chiarità”. Come Corneille. Il suo è un universo nuovo, che diventa gioco della comunicazione, effetto della suggestione, svalutazione della parola. Va oltre a confini che fino a ieri erano dalle stesse avanguardie ritenuti invalicabili. Persino nella “rottura” c’era in lui precisione concettuale rara, cura del linguaggio, scelta personale efficace nella analisi estetica e nella ricapitolazione teorica. Insomma, Abbozzo è Abbozzo, quel che si è visto diverse volte al Gelso, a Semina Verbi, all’Istituto Cesaris di Casale, recentemente ricordato da CasaIdea a Tavazzano; è quello degli Aforismi di Kamen’, vere e proprie dichiarazioni di poetica e di teoricità, di tradizione anche metafisica; è quello delle cronache del Cittadino, di Formesettanta, soprattutto è quello delle analisi di Vittorio Fagone che gli riconosceva il gusto dell’ironia e la capacità del silenzio, di Italo Tomassoni che gli attribuiva un segno magico e illusorio, di un Amedeo Anelli che vi coglieva forza di mediazione allegorica. Un autore difficile? Probabilmente. Di sicuro un artista piacevole all’occhio, che intrigava ma non sempre era facile cogliere nei risvolti e nelle allegorie. Era un artista che a un certo punto del suo percorso, ha fatto del problema della complessità e della semplicità un problema di ribaltamenti: di determinazione iconica, segnica, di luce e di materia. Senza dimenticare la qualità. Muovendosi, anzi, contro l’ accettazione acritica diffusa che l’aveva sostituita. Proverbiale è il senso della sua intera esperienza, il suo innamoramento per la tecnologia che ha fatto dire a qualcuno che usava il laser come il “nuovo pennello”; e che al termine della nuova epifania, ha riorientato la ricerca alla interiorizzazione, mostrando quasi stupore nel guardarsi dentro. Sulle mutevoli e mutanti rotte del contemporaneo riusciva sempre a far parlare di sé, a centrarsi nel dibattito culturale più vivo, a costringere attraverso modi e motivi davanti a uno specchio. Ha praticato un’arte filosofale, in parte costruita sulla cosiddetta “magia della saggezza”. Le sue novità quasi sempre partivano dall’esigenza di un entroterra culturale, dall’attenzione riservata agli sviluppi formali, dalla capacità di trovare piani nuovi di consistenza attraverso immagini lucide e improvvise in cui fissare varianti emotive e di pensiero, il particolare e lo scrutinarsi. Quello conosciuto dai lodigiani è stato un artista sperimentatore. Che sapeva destreggiarsi con competenze sofisticate, inventare strumenti e soluzioni nuove, rivolgere attenzione ai mutamenti e perfezionamenti. Proverbiale anche la sua didattica. Ha ammaliato i giovani studenti del Cesaris con la parola. Costringendoli, senza copione, a stare sulla ricchezza dei concetti. L’ironia era parte della sua natura di pensatore. “L’incomunicabile? E’ la comunicazione”. Amava le proprie convinzioni da discuterle con chicchessia, senza rinunciare agli ideali che le avevano create. I suoi aforismi su Kamen’ godono di un successo sorprendente. La loro brevitas è il segno del saper essere in sintonia con il tempo. Sono sottolineature, citazioni, mischiano filosofia, speculazione, provocazione, paradosso, poesia, ironia, costituiscono un campo immensamente aperto, uno spazio che si dilaga, sono strumenti di “collimazione” con il mondo. Gli stessi delle sue strutture in ferro. Nelle numerose presentazioni nelle sedi lodigiane c’è un termine associato alla sua straordinaria versatilità artistica, l’alchimia. Abbozzo, alchimista lo era per la naturale attitudine alla ricerca, alla manipolazione dei materiali più diversi. Probabilmente per scelta e per implicito sviluppo ha richiamato l’antico sistema filosofico-esoterico facendolo convergere nella propria poetica.
Nei lavori ha utilizzato vari materiali: metallo, legno, plastiche, bronzo, filo di ferro, specchi, marmo, terra; ha modellato, tagliato, tornito, cotto, fuso, stampato, sabbiato, ossidato, cromato; ha utilizzato fonti di luce per problemi di fissaggio, di luminosità o di necessità espressiva. Ha conosciuto effetti e fenomeni dovuti a magnetismo, interferenze, fosforescenze, rifrazioni; casi, fatti, elementi legati alla pluralità delle esperienze. Tra tecniche d’artigianato e tecnologia avanzata, tra materiali e materia, la sua arte si è collocata tra l’ ethos – l’inizio, l’apparire, la disposizione – ela burla. Si, la burla, il divertimento. La sua è stata una pratica esercitata non in rapporto al solo piacere estetico (e quindi sottoposta al giudizio critico), ma guidata dalla consapevolezza e dalla distinzione: nessun piacere artistico è in grado di rendere comprensibile perché l’artista può strappare al marmo o alla ceramica “altri effetti” che il bronzo o il colore. Materia e materiali raccolgono in Abbozzo complessi elementi tecnici che vanno oltre alla strumentalità d’uso. L’artista li ha evidenziati attraverso il costruire e l’agire tecnico, superando l’equivoco della disputa metafisica, cercando relazioni (tra filosofia e scienza, arte e poesia). In questo si è approssimato alla fenomenologia di Dino Formaggio. Ovviamente è solo una ipotesi o un nostro azzardare. Al di là degli aspetti teoretici, a scavalco del decennio tra l’80 e il ‘90 Abbozzo ha contribuito a dare impronta al Gelso nella sua fase finale, esponendovi fino al 1990. Nel mese di maggio lo ricordiamo presente con Baj, Del Pezzo, Dorazio, Mastroianni, Schifano, Rotella; in dicembre coi lodigiani Andrea Cesari, Paolo Tatavitto, Franco De Bernardi, Vittorio Corsini, Paolo Marzagalli, Paolo Costa ecc. In occasione di Gelso 2 proporre una personale di acquerelli fluorescenti, e contribuìrei a due iniziative: “Gli scaffali del Gelso:le opere e i tempi” e “Arser. Arte e Marketing”. In sintesi, un “vissuto” (anche interiore) di metodi operativi e materiali dell’opera che, in una dialettica strettissima fra intenti teorici, prassi esecutiva e prassi formali hanno in lui spostato il concetto di intervento modificativo tecnico-formale in quello di conoscenza, penetrazione, meditazione, operatività e materiali attinti anche dall’immaginario alchemico.

L’attuale scritto appare sul n.45 della rivista Kamen’, nella sezione che raccoglie brevi saggi, ricordi e dediche su Edgardo Abbozzo nel decimo anniversario della morte.

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