L’OPINIONE / Repetita iuvant. A proposito di “marchette” e “stroncature”


by Aldo Caserini

copMamma mia,  quanti fotografi. Quanti grafici, quanti designers, quanti creativi. Quanti letterati, poeti, musicisti. Tutti, o quasi tutti, pieni di pretese nel raccogliere consenso dal mondo editoriale. Un po’ come i loro cugini pittori e artisti che pensano di nascondere i propri difetti dietro introduzioni o recensioni affettuose.
Questo non rispecchia solo loro mancanze bensì i difetti di coloro che dovrebbero usare con severità le presentazioni e la critica come un’arma (un antibiotico!) e invece si sborniano di aggettivi. Tutto ciò si chiama (volgarmente) “marchette”, sia che riguardi i protagonisti di tanta produzione artistica (che a volte non è di livello neppure artigianale), sia i testimoni della loro bontà stilistica e argomentativa, che ne rispecchiano i difetti, cambiati di segno. Cioè noi che spesso ne scriviamo.
Non so se ve ne siete accorti, ma nessuno più scrive un assaggio su un artista o un letterato o gente di spettacolo che contenga una qualche riserva. Tutti sono bravi allo stesso modo, incondizionatamente. Tutti superstar. Tutti protagonisti assoluti. Mentre da ammirare c’è solo la bravura consumata con cui si riempiono le note di presentazione di aggettivi lodativi, senza dire nulla.
Negli anni preistorici chi scriveva di argomenti d’arte e di cultura era esigente, implacabile, a volte persino arrabbiato. Le note fornivano un riscontro attendibile, l’inflessibilità di giudizio di chi scriveva era più preziosa che ogni indulgenza di complice. Da quando dipingere, scrivere, suonare, fare spettacolo è finito sotto tutela di chi promuove, organizza o cura, non è più creare qualcosa, ma uno svolgimento di attività.  Importante non è ciò che si fa, come lo si fa, perché lo si fa, per chi,  ma il semplice fare. E, naturalmente, chi lo promuove, lo sponsorizza, lo sostiene, lo commercializza.  Non esiste più il ruolo del critico, ma quello del produttore di giudizi (condizionato al marketing). Questo per l’esigenza che ha il mondo editoriale e dei media di promuovere e allargare l’offerta anche a un pubblico intellettualmente non esigente. Solo che non sempre il rigore risulta imprescindibile, da evitare la certificazione con fantomatici attributi di dozzinali praticoni agli altari della storia.
Un tempo la saggezza popolare insegnava a diffidare del “successo” e metteva in guardia. Un poeta e scrittore inglese lo poneva alla stessa condizione della “disgrazia” invitando a diffidare di questi “due impostori”. Nella modernità, guidata tirannicamente dai media, il successo è inseguito in maniera esasperata da tutti,  poggiando, anche là dove un autentico valore esiste, su aspetti marginali, caduchi e fuorvianti.
Incredibilmente, coloro che avrebbero il compito di ristabilire se non una scala di valori almeno un “bilanciamento” tra la qualità del fare, la novità e la sperimentazione, l’ esperienza e il gusto estetico, l’occhio critico e l’occhio comune, finiscono per esserne complici accettando il dato di fatto che su tutto scenda un fasullo sigillo culturale.
Dinnanzi alle dilaganti “marchette” del mondo dell’arte e della cultura di consumo non resta che rimpiangere le storiche “stroncature” di Papini, Arbasino, Citati, Ferroni, Golino, Pontiggia, Sigfrido Bartolini, Luigi Bartolini, Berenson, Zeri, ecc., lontani da critici-piazzisti e da promotori-curatori-allestitori scombinati o maldestri che spesso propongono patacche per pura convenienza o vanità.
Nessuno, purtroppo, che s’avveda come l’assenza di un occhio critico favorisca la fabbrica dell’ incensazione e quanto questo abbassi l’asticella della conoscenza e il piacere dell’intelligenza e dello stile.

 

 

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