FRANCO RAZZINI: “CERCO LA GENTE PER CAPIRE MEGLIO DOVE ABITIAMO”


fRANCO rAZZINILa mostra di Franco Razzini al Calicantus dell’O.M. è la dimostrazione dell’interesse che riscuote la sua fotografia in b/n. Ma è sintomatica anche di una certa confusione di scelte o, forse, della scarsità di elaborazione critico-fotografica che suggerisce di tradurre in fatto espositivo una iniziativa.
Sia chiaro: i “momenti” colti dal fotografo lodigiano in oltre mezzo secolo di attività. sono indiscutibili, appassionati e appassionanti. Sono scatti che restituiscono l’anima della città che è stata Lodi. Sono click che fanno ritrovare il carattere fondamentale di un trentennio compreso tra gli anni Sessanta e Ottanta: il carattere popolare, collettivo e familiare di una città tradizionale. Ma sono anche immagini che, ripetutamente offerte alla “lettura” pubblica, potrebbero provocare qualche diffidenza relativamente alla sua produzione attuale.
E’ evidente che l’interesse per le radici sociali, culturali, economiche e collettive alaudensi, da Razzini coltivato e sviluppato come un grande laboratorio inedito di socialità e di caratteri individuali – a parte le qualità professionali e la competenza specialistica del fotografo che ne fanno un referente sicuro – oggi non presenta più apparenti novità da fare prigioniero l’interesse di molti, soprattutto se giovani. Le immagini esposte sono un documento storico, su questo non ci piove. Aggiungiamoci pure che sono una prova completa ed esaustiva a livello iconografico. Razzini ha ricevuto nei decenni tributi che hanno fatto di lui uno dei più importanti autori lodigiani, quello che ha saputo localmente spostare il focus della fotografia dalla tecnica alla niitidezza dei sentimenti. Colui che ha sempre interpretato il proprio ruolo con coscienza e senso etico, dando a ogni suo scatto una comprensione che andava oltre la mera descrizione di superficie.
Una visione della fotografia e della vita, la sua, probabilmente un po’ romantica, di sicuro quasi sempre ignorata al giorno d’oggi. Ma chi potrebbe dire che quel percorso è tutt’oggi in fase di svolgimento? O che abbia qualche richiamo di attualità? Diciamo pure che certe sue foto sono un insegnamento che forse tanti fotografi contemporanei varrebbe la pena prendessero in considerazione. Ma qual’è il rapporto di forza di quelle immagini, ricche di poesia e di nostalgia con il mondo attualista? Soprattutto oggi che la fotografia è diventata qualcosa di diverso, da quella che è stata fino a ieri e ne ha mutato il ruolo dei rapporti del fotografo?
E pensabile che l’autore abbia conservato quei modelli di riferimento della sua gioventù da contrapporli a quelli del presente urbano? Chi lo conosce non può che negarlo. Le foto esposte al Calicantus – controllate nelle atmosfere, nelle luci, nei riflessi, ben direzionate con effetti di notevole plasticità, da conferire un senso di organicità e di lirismo -, per altro verso – quello del rapporto del fotografo con la contemporaneità -, lasciano adito a qualche dubbio sulla scelta di utilizzo, che rischia di far cadere sulla personalità dell’autore la polvere del dejà vù. Naturalmente, ciò che ci si augura non è che vengano messe al bando, ma dal momento che lo spazio Calicantus ha, nella hall del Maggiore, una corrispondenza con l’immediato, in cui si manifesta non tanto l’interesse per la fotografia, ma per ciò che è rappresentato, una estemporanea di scatti attuali avrebbe giovato a Razzini per togliere di mezzo certi luoghi comuni suggeriti da maliziosi competitor.

Aldo Caserini

 

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