GIUSEPPE SECCHI, FOTOGRAFO : “Immagini di esistenza”


Il fotografo lodigiano Giuseppe Secchi ha di recente ampliato il proprio porfolio con una serie di elaborati dal significato emblematico: “Immagini di esistenza”. Un lavoro interessante, destinato ad entrare in una iniziativa che a fine maggio verrà esposto a Lodi insieme a quello di Ruggero Maggi. Leggere le fotografie “rielaborate” di Secchi è come assistere al farsi del suo pensiero (a volte complesso) e al suo mettersi in forma. Un suo carattere specifico è proprio nell’insieme impeccabile di elaborazione intellettuale, meditazione lirica e disciplina formale. Lo si vede bene in questo ultimo arricchimento del profolio, una sorta di opera breve in cui il tono, rispetto a operazioni similari precedenti, e il linguaggio, si essenzializzano, ma la densità problematica non viene meno, e, quello che più conta, assume una prospettiva altamente emotiva e di piena tensione. Secchi, come si sa e come si è più volte visto, si avvale di immagini scattate per sviluppare con profitto composizioni in cui l’elemento figurale e quello precipuamente geometrico-architettonico si misurano e si compendiano nell’indagine di una realtà ordinaria oltre l’ apparire, realizzando dall’incontro tra immagini nuove immagini, di pensiero e di forma. La semplicità delle cose semplici – dice Secchi – è complessa. Una cosa è vedere la realtà con l’occhio comune, una cosa è vederla con la mente ed elaborata dal pensiero. Dall’incontro tra particolari colti da muri storici cittadini e da quelli comuni e di periferia il fotografo trae elementi figurativamente sfuggenti e affascinanti, creando una trama che matura visivamente in una luce tutta moderna, dove tutto è stato e si è visto e sembra non più aprirsi al possibile e all’accadere.
Davanti alle immagini nuove di Secchi vien spontaneo richiamare le parole di Ardengo Soffici: “Non c’è più ragione che stia a guardare il mondo dalla finestra”. Dietro i vetri della propria casa di Caiano nel pratese il pittore vedeva la sua campagna invasa dal cemento dei capannoni, che gli impediva la visione della collina e lo costringerà a una pittura fatta di ricordi. Le costruzioni di Secchi, sono un po’ come certi racconti di Calvino. Nelle architetture, in cui centrale è sempre la luce data dalle finestre – elemento di contenuto stilistico che caratterizza ilprospetto, da cui vedere non solo il paesaggio ma il passaggio, la metamorfosi dei modelli sociali e di costume delle comunità -, il fotografo le ha metaforicamente murate, rese cieche. Un modo per ottenebrare quel che si è già visto e che non c’è più motivo (a suo dire) per essere visto. Le finestre che non vedono di Secchi continuano tuttavia a caratterizzare esteticamente, come in passato, gli edifici, contestualizzate in strutture dalle linee rarefatte e sovrapposte in forme ricomposte. Appaiono cariche di astrazione, dominate da un’idea di vuoto e di solitudine. Raccontano di una umanità assente, celata in architetture metafisiche, dove le “luci” sono solo simulacri di una realtà destinata a non raccogliere più luce. Resa simbolo di una esistenza umana cieca di fronte all’infinito cammino degli essenti.

 

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