COSCIENZA E CASUALITA’ NELL’ARTE DI MARCELLO SIMONETTA


SIMONETTA Scan_Pic0119“”Pretesto= Motivo addotto palesemente a spiegazione del proprio comportamento o del proprio operato, allo scopo di mascherarne i veri motivi. Dal latino praetextus–us (ornamento); poi fig.(argomento) ornamentale (non sostanziale)””.

Siamo troppo inclini al virtuale per non simulare i professori Giacomo Devoto e Giancarlo Oli che danno definizione al lemma, incoraggiati dai “Pretesti” figurali di Marcello Simonetta.
Che i titoli assegnati dall’artista alle sue opere, non siano niente più che un pretesto, non nascondiamo dubbi; così i suoi quadri, che danno pretesto all’esplorazione delle immagini in diverse direzioni. Se dubbi esistono, sono nel nostro strano modo d’abitare la pittura secondo la descrizione, attraverso le parole stabili, rimettendo ad esse la promessa di salvezza e verità. Sapendo che parola e pittura sono oggi regni nomadi senza-confine, dove il non-senso contamina il senso, il possibile eccede sul reale e ogni progetto che tenti comprensione e abbraccio totale è follia.
I Pretesti di Marcello Simonetta si susseguono da anni con singolare coerenza, attraverso una pittura che “riconfigura” la rappresentazione mediante scenari artificiali, segnici, gestuali, lirici potenti e minacciosi al tempo stesso, dove l’uomo si sposta in continuazione, dal cielo al mondo animale, e da questo a quello vegetale e via retrocedendo, introducendo coscienza e casualità, – il primato del gesto e della riflessione, un sentimento, il bisogno d’essere, la visione e l’intermittenza, l’oracolo caldaico-, la libertà nella fluttuazione di ogni equilibrio (non solo formale). Col pretesto della coerenza.
Dove per coerenza non s’intende, come accade spesso nell’arte contemporanea, una ripetitività monotona e incapace di mutamenti, ma una mutazione continua, animata da uno stesso filo conduttore: quello che tutto può essere rivelato e mascherato, reso patente e sottinteso, essere argomento ed essere non sostanziale, semplicemente ornamentale, difficile da collocare nel senso reale che è – è infatti nello stesso momento il passato, il presente e il futuro -; può adottare riferimenti emotivi che determinano una sorta di “allucinata condizione”, senza misura temporale, senza possibili datazioni, come tale, quindi, fonte di malintesi, fraintesi – gesti suggeriti dall’urgenza di esprimere, senza dettaglio a margine -; altre volte, affermare in maniera più insistita e riflettuta, più emotivamente partecipata un sentimento di appartenenza, di attenzione, o anche pure e semplici ragioni di pittura.
Il Pretesto di Marcello Simonetta è tra le parole usate e abusate dell’ arte e della creatività, l’unica parole che permette di nominare territori indecifrabili, o spazi di molteplice significanza: un’esalazione, un abisso, un abuso, una nostalgia, una genialità, un’invocazione dell’anima, un rumore nel mondo.
Pretesto può essere (metaforicamente) la perla che nasce dal difetto della conchiglia (K.Jasper): come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirando la perla, così la forza vitale di un quadro, non fa pensare alla condizione della sua nascita. In ogni caso, non ogni malattia produce una perla, e non è la malattia che si ammira nella perla.
Pretesto può essere una diversità, una simmetria, un imbarazzo, un’etichetta, un’imprudenza, un prorompere; può essere caduco, contingente, pulsionale, nutritivo, ricostruttivo.
Il pretesto è un ricorso saliente nel comportamento umano, particolarmente evidente in alcuni capaci di riconoscere tra pensiero e cose nuove commistioni, mentre in altri produce una creatività senza regole, istintiva, naturale, versatile, talvolta addirittura arbitraria. E’ uno stretto parente della creatività. Il carattere creativo – Marcello Simonetta lo evidenzia – è contrassegnato da una forma di pensiero che il filosofo chiama divergente e che, a differenza di quella convergente che tende all’unicità della risposta cui tutte le problematiche vengono ricondotte, presenta originalità di idee, fluidità concettuale, sensibità per i problemi (Umberto Galimberti). Talché il pretesto può essere anche semplicemente occasione o pretesto per parlare di sé, portare in evidenza problemi di pittura o di nascondimento, di interdipendenza tra risultato e linguaggio, di liberazione della poesia.
Nella pittura del nostro tempo in particolare, il pretesto ha radici in una massa di ricerche sperimentali che danno profilo alla personalità creativa: oggi un pittore è motivato da curiosità, dal successo, è scarsamente inibito, non formale, non convenzionale, ha autodisciplina, versatilità, è costruttivamente critico, non facilmente soddisfatto, è intuitivo, empatico, ecc.
Cose che agiscono, di volta in volta, in modo eclatante, esplosivo o anche solo preteso, sul momento emotivo o intelligente dell’artista, fornendogli pretesto ad intingere i pennelli nei colori; cose che offrono pretesto alla creativitàdi vivere quel regime di doppia verità: che da un lato riconosce la realtà, dall’altro la sconfessa, risolvendola in un regime di falsificazione idealizzante, indispensabile per una produzione creativa.
I Pretesti di Marcello Simonetta sono il pretesto che costringe a sudate e vischiose interpretazioni. Sapientemente il Devoto-Oli richiama la funzione ornamentale del pretesto. Cosa può essere di più il titolo su una tela, se non elemento “non sostanziale”? Talvolta però un titolo (il Pretesto insaziabilmente usato da Simonetta) può assumere la funzione traslata, di metafora: essere pretesto per ricordare che “non sotto ogni metafora si nasconde un’idea vera”. Idea, peraltro, che neppure può essere cercata nel solo linguaggio espressivo, dal momento che “il linguaggio non riproduce, ma distorce la verità”, e che però non ha altro modo di annunciarsi se non nella distorsione del linguaggio.
L’ “avvitamento” non può che essere pretesto alla chiamata in gioco di un’altra grande in circolo, la nuova psicanalisi. Tutte le interpretazioni, possono essere rovesciate affermando affermando il pretesto : “Penso dove non sono, dunque sono dove non penso” (Lacan), con l’individuo attraversato da un’impersonale trama di simboli e di significati che la costruiscono e che egli non ha creato, ma da cui è piuttosto catturato.
Se l’ipotesi dell’operare artistico, è ridotto a pretesto di difesa contro la realtà interna abitata dalla fantasia inconscia, perché rinchiudere anche l’arte in camera da letto?Meglio restare nell’equivoco, e lasciare a Marcello Simonetta la libertà di chiamare le tele come preferisce. Naturalmente, un pretesto.

ALDO CASERINI

 

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