FRANCO DE BERNARDI, ALCHIMISTA DELLA LUCE


Franco De Bernardi al lavoro nel suo studio-laboratorio d'arte

Franco De Bernardi al lavoro nel suo studio-laboratorio d’arte

Nella confusione attuale dei linguaggi – segno distintivo di quella Babele che s’è instaurata nel nostro tempi -, è senz’altro da segnalare la mostra di un pittore lodigiano che ridà senso e valore al linguaggio della pittura –  come veicolo, viaggio, realtà della mente, organico nutrimento di tecniche e  ricerca, da poter essere considerato artista d’avanguardia e insieme un custode della tradizione.

La prevista antologica di Franco De Bernardi all’ex-Ospedale Soave è una mostra che all’artista lodigiano si doveva, per vincere le troppe dimenticanze volontarie che per lungo tempo lo hanno circondato (nella sua città e nel territorio), da avere reso sconosciuti importanti cicli della sua trama d’artista.
Artista difficile e di pensiero, De Bernardi  è senz’altro una delle figure di maggior interesse espresse dalla pittura laudense dell’ultimo mezzo secolo; una delle poche personalità artistiche dotate di senso preciso. Non etichettato dal successo (di mercato), ma riconoscibile dal metodo e dal complesso sistematico della sua ricerca; mai da autore di modellatura o di contorno, da doverlo confondere coi tanti d’indole innocua e innocente che si dedicano ai processi di adattamento, sulla spinta del gusto e delle mode.
De Bernardi è sempre stato un “pittore di pittura”, come disse di lui Amedeo Anelli, il critico che lo segue senza interruzione; un pittore impegnato, con sfumature e scale di sensibilità diverse a secon da dei cicli pittorici, a sviluppare “una poetica d’immaginazione materiale, degli elementi, in una rinnovata visione dell’uomo e della natura, fuori di romantiche contrapposizioni con il mondo della cultura e della storia”.
Autore di una complessità nutrita di  tecnica, non di teorie  pseudoconcettuali, d’esempio per impegno e densità di ricerca, mai scambiata col piacere, De Bernardi  fonda la propria espressività nella certezza della conoscenza e del fare. A modo suo un alchimista, senza tentazioni “esoteriche”, dotato della capacità di tramutare la materia in un’altra secondo la natura della cosa stessa, e di andare a volte al di là del visibile, di cogliere l’essenza delle cose e consentire un’arte legata all’altezza e alla profondità del sentire.
I risultati sono frutto di una manualità, anche faticosa, di un costante esercizio della mente e della mano; in cui si trovano riecheggiamento sensazioni, rarefazioni e atmosfere, intrinseci significati di semantica della materia. Il processus latens. De Bernardi pratica l’esercizio pittorico su tavole, carta, vetro; si avvale di colori ad acqua, tempere, gessetti, colle, mordenti; applica schemi diversi, collages, decollages, mescolanze, tamponature, elementi naturali. Sono i i supporti privilegiati nel suo lungo viaggio. Quelli che hanno contribuito a valorizzare la sua esperienza artistica e che rendono partecipi delle oscure regioni del chiaro/scuro e della luce vivificante.
Giocando con la luce egli rivela sapienza d’alchimista, forse trasmessagli dall’amico Abbozzo. Come il perugino, infatti, allunga e accorcia la luce, la diminuisce e la moltiplica, la gonfia e la riduce, secondo la propria attitudine e sensibilità. Fino a farle conquistare significato.  A volte anche  di apparenza fuggevole, a volte celebrando l’essenza che cerca: la metafisica, la teologia, il misticismo, la cosmologia o anche solo la psicologia, dove il piano di realtà e di esistenza giace nell’immaginazione dell’uomo.
Gli anni Novanta sono gli anni decisivi, quelli del grande salto: dai cicli “Itinerari”, “Pragma” , “Estremo” , “Etereo”,  che praticamente hanno distinto il passaggio dalla “percezione ed immaginazione” allo psichismo spontaneo e l’ approdo a una materialità come struttura. “In cui il chiaroscuro modula il ritmo e lo spazio, lo sbalza”, come dice Anelli. L’intrico delle posizioni ha tuttavia accenti diversificati a seconda della plasmazione della materia, del ritrovamento e recupero segnico, delle affioranti corrusioni timbriche, dell’affermarsi di metamorfosi naturali. L’uso delle tempere su vetro, lavorate sulle due parti con effetti plastici decisivi consolidano una espressività fatta di invenzione e misura; di essenzialismo e di distacco da ogni artificiosità. In cui la pittura non è più solo “colore e forma, ma coinvolge l’intera visione in un allargamento verso aspetti inediti della nostra partecipazione percettiva e di immaginazione del mondo”.

Corpi ed elementi Antologia di Franco De Bernardi (1963-2013) – Ex-Ospedale Soave di Codogno  – A cura di Amedeo Anelli

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