GOFFREDO COSTA, LA FORZA DELLA TRADIZIONE


Goffredo Costa

Goffredo Costa

Nel mare di immagini e di testi veloci che quotidianamente sottopongono a un fuoco di fila voci individuali e dati discordanti, costringendo il cervello a un eccesso di stimoli,  non fa male (di tanto in tanto) che qualcuno procuri figure e forme quiete e ricettive, da riassettare con piccole dosi di humus nativo i  sensi e ritrovare una magica tranquillità.
Merito senz’altro delle proposte di Gabriele Bizzoni, che periodicamente allestisce le pareti della sua caffetteria di via Cavour a Lodi con nomi poco noti di lodigiani,  stimolando gli habitué con figurazioni  che aiutano a ritrovare la memoria  locale e quella del territorio. Di questi allestimenti sono da  segnalare ultimamente alcuni autori della Borgognone, Nadia Gandini, Cesare Soffiantini ed ora Goffredo Costa
Sessantacinquenne, Costa si autodefinisce hobbysta  (termine a volte usato sdegnosamente , ma che vuole solo dire fare una cosa con passione e con un pizzico di divertimento, senza ricorrere all’ estrosità del linguaggio creativo e alle sue immediate brutali metafore). Non è un uniformato al linguaggio attualista né a quello dilettantistico, tanto meno alle rispettive varianti. Dipinge da poco più di un lustro e si è fatto conoscere con discrezione: una esposizione d’avvio all’Oratorio di San Fereolo e, successivamente, la presenza a Maccastorna, San Colombano al Lambro, Cavenago d’Adda; dal 2009 al 2013 ininterrottamente al Centro Cornici di via  general Massena a Lodi, suscitando sempre curiosità e uno spontaneo interesse. Che per certa misura permette oggi di parlare delle sue connessioni con la realtà locale a ragione.
Il Duomo, Il Torrione, Piazza Broletti, il Mercato sotto la neve, Isola Carolina, Piazza del Duomo, Biciclette parcheggiate ecc. sono lavori suggeriti da vecchie foto, realizzati a matita, ottenuti per campiture corrette da un elementare chiaroscuro che arriva a far sentire un certo spessore e a creare un rapporto di suggestione e lirismo. Ultimamente, nel suo spazio all’Albarola Costa si è messo a lavorare anche coi colori a china, segno che, senza accensioni stupefacenti o rare, egli è in grado di muoversi su nuove direttrici, che se mantenute possono assicurare un sicuro timbro personale, ma anche indurlo ad abbandonare l’aneddoto paesaggista.
Per un over  che ha scoperto il disegno e il colore da un lustro e che rivela un rapporto di attenzione ai luoghi della sua città e alla circostante natura senza abbandonarsi a elucubrazioni fini a sé stesse, accontentandosi della quotidiana razione di poesia che da essi sprigiona, c’è da rimanere sorpresi e soddisfatti del suo percorso e della sua fedeltà, della preparazione e vestizione dei suoi paesaggi; del suo segno pulito, non guizzante (questo no!), comunque libero e armonioso da avvicinasi a un acquafortista, amante com’è della punta del pennino, così come l’incisore lo è della punta d’acciaio del bulino.
Costa non cerca il tipico o l’individuale, riassume ciò che vede e sente davanti al soggetto, senza recidere le radici con ciò che lo ha preceduto. Nei suoi lavori emerge la volontà di quiete, di gioia puramente coloristica ( di realizzazione, d’effetto. di misura) nella quale  a volte pare adagiarsi. Possono anche essere considerati d’ornamento o decorativi, ma rappresentano anche qualcos’altro, si sente in essi succosità, la leggerezza, la capacità di sognare e così di continuare a sperare. Che oggi non sono davvero poca cosa.

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