RICORDO DI PIERO SEGALINI (1923-2014)


Piero Segalini nel suo studio

Piero Segalini nel suo studio

La morte di Piero Segalini toglie alla storia dell’arte locale altre mani. Mani d’artista, mani di pittore. Autentiche. Non uniche, non fuori serie, non prodigiose, ma che hanno contribuito a sessant’anni di vicende cittadine, alla cronaca del gusto e all’accumularsi e al sciogliersi di climi e tendenze. Apparteneva alla generazione dei Bruschi, Corazza, Pini, Salvati, Sportelli, Trequattrini, Zamproni, Zanella ecc., a quel nucleo che aveva visto nascere e sostenuto al Caffé Malusardi il Premi Haiti. Era un autodidatta, ma in pittura e nella pratica della scultura lignea, grazie a Remo Faggi e a Romolo Bianchi si era fatto la mano, si era addestrato a una bellezza “grezza e rozza”, come diceva don Luciano Quartieri, in cui  rifletteva la sua vita tormentata, il suo modo di vede e di esprimersi.
Ci ha lasciati senza una mostra, che desse significato riassuntivo alla  produzione di una vita. Ci teneva a una chiusura di bilancio, che lo avrebbe ripagato di molte amarezze. Si è dovuto rassegnare a lasciare i suoi ricordi a qualche Oldrado da Ponte  a qualche collettiva.
Nato a Terranova de’ Passerini, diceva di preferire la scultura alla pittura. Nell’una e nell’altra la base l’ha offerta un sano realismo. Ma in scultura spesso abbandonava l’immagine reale per dedicarsi a figurazioni totemiche costruite con passione e tenacia.
Una mostra lo avrebbe ripagato di tanta dedizione riservata all’arte. Se ne è andato all’età di novant’anni senza questa consolazione. In via Cremonesi, dove aveva lo studio, era commovente seguirlo mentre distingueva e assommava le opere; vederlo ricercare le origini di questa o quella composizione; sentirlo parlare di campagna, di lavoro quotidiano, dei suoi genitori che lavoravano nei campi, di vigore del vivere e faticare. Di questa vita romantica e idealizzata sono rimaste  ampie tracce nei suoi legni e nelle sue tele.
Piero Segalini ha rappresentato un tipo di artista che amiamo: abbiamo amato in lui la sua solitaria ricerca, la rozzezza e probità, la fermezza morale, il carattere, la dignità. Quel suo essere l’ onesto e semplice operaio che coltivava forme artistiche con la passione del maestro artigiano. Che ha saputo essere fedele fino alla fine ai suoi piccoli “vizi” ( il caffè, la sigaretta, il quotidiano, i sentimenti) alle sue idee, alla sua pittura, ai suoi “legni”.

 

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