ALDO MILANESI: IL DIALETTO CASALINO DI PADRE IN FIGLIO


home-1Se per  lo studioso di problemi linguistici Ludwig Wittgenstein  “la nostra lingua è come una vecchia città: un labirinto di viuzze e di larghi, di case vecchie e nuove, di palazzi ampliati in epoche diverse e, intorno, una cintura di nuovi quartieri periferici, le strade rettilinee, regolari, i caseggiati tutti uguali.”, per Aldo Milanesi, il vernacolo è solo un giardino campagnolo, con quel vago che hanno i giardini un po’ trascurati; cinto da una muraglia in cui la vite vergine, l’edera e il glicine, mescolati insieme, rovesciano rami rampanti con rustica prodigalità.Il dialetto, dice Milanesi, insegna a recuperare il tempo e l’età. Il dialetto casalino poi, è “vicino al latino tanto quanto l’italiano, se non di più” ed ha compilato, per dimostrarlo, un dizionario (“ ‘sa vol dì? ‘me se dis?..”) di ben 5900 lemmi, arricchito da una vera e propria grammatica.
Risaputamente, iI dialetto del capoluogo Lodi è catalogato fra quelli italo-gallo-ladini (Lidia Ferla, 1943), sia pure con distinzioni gergali tra quello burghesàn  e quello ludìn-madalénin (A.C., Il canzoniere Lombardo, 1971); per contro, le ricerca etimologiche del Milanesi rivelano come il casalino sia anch’esso di derivazione gallo-latina, ma vanti una ricchezza di apporti straordinaria di parole germaniche, bizantine, longobarde, franco-provenzali, villanoviane, etrusche, venete e cimbriche.
Tecnicamente, il vernacolo è un linguaggio dialettale caratterizzato da un forte contenuto locale e particolaristico. Dunque un idioma domestico (vernacolo sembra infatti derivare da quel latino  verna che indica “lo schiavo nato in casa del padrone”) spesso contrassegnato, in ogni parte d’Italia, da una spontaneità tutta paesana.
Una riprova di quel che contiene “Le parole dei contadini” (Silvana editoriale d’Arte, 1976), la ricerca condotta da Aldo Milanesi e Giacomo Bassi e da Roberto Leydi inserita nella serie dei Quaderni regionali dedicati alla cultura tradizionale in Lombardia.
Dop una quarantina d’anni , i problemi del vernacolo sono vissuti all’interno di un processo di radicale cambiamentodecalogo1 del lessico. La lingua madre è quotidianamente modificata dall’invasione dell’inglese (o meglio, dall’americano), tanto da far dire a un filologo come il Pittàno che oramai parliamo l’“italese”. Ma mentre i fenomeni di contaminazione linguista stanno assumendo carattere di vera rivoluzione, i dialetti conoscono momenti di conoscenza e valorizzazione culturale (territorialmente sono da ricordare i recenti contributi di qualificazione grammaticale, semantica, fraseologica, fonetica, testuale, orale, ecc. di Alessandro Caretta, Andrea Maietti, Antonio Ferrari, Pino Carrera, Giacomo Bassi, Bruno Pezzini, Giovanni De Vecchi, Achille Mascheroni ma sono anche sempre meno “parlati”.
In questo contesto, Milanesi aspira a un ritorno del vernacolo come “lingua espressiva”, e mette in campo gli strumenti in suo possesso (i libri) per fronteggiare l’azione del tempo e  quella ben più erosiva dei nuovi linguaggi, fino a farsi trascinare da tenerezza e rabbia davanti a una parola perduta. Perché, se le parole nascono, è un arricchimento del lessico, ma se muoiono “scompare un concetto.” “E ci troviamo tutti intellettualmente più poveri.”, dice.
L’apertura delle frontiere linguistiche, gli scambi internazionali quotidiani e veloci, le conquiste di scienza e tecnica, l’informatizzazione, Internet, la presa dei mercati mondiali da parte delle potenze economiche sconvolgono prepotentemente il nostro vocabolario, costringendo i dialetti a una demarcazione ulteriore. Peraltro già prevista nell’ottocento dal Leopardi, e, nel 1965, da Pier Paolo Pasolini che aveva profetizzato la nascita di “una nuova lingua”, quella della “borghesia tecnologica”. Aveva perciò ammonito che quando “il linguaggio della tecnica” sarebbe prevalso “la forza dei dialetti si sarebbe spenta” e “il comunicativo” avrebbe prevaricato “sull’espressivo”.
A distanza di alcuni lustri la profezia di Pasolini si è rivelata abbastanza realistica e al Maestòr, legato ai ritmi e ai timbri della sua terra, divorato dall’ansia per la perdita di senso della vita d’oggi, non rimane che consegnare alla poesia le sue riflessioni. Rigorosamente in dialetto.  Pubblicando disinvolti zibaldoni in cui si possono ritrovare tante cose, dalle Confessioni di Sant’Agostino alla Bibbia, dall’Iliade di Omero ai miti greci, dal big-bang alla materia, da san Francesco a san Tomaso, dalle colpe di chi governa a quelle di chi è amministrato,; e altre cose ancora:la materia e il mistero, la religione e i litigi in suo nome. Tutto detto, anzi ritmato, con parole leggere, come il canto del grillo che contempla il cielo stellato.
La poesia dialettale di Milanesi non soddisfa solo l’erudizione sociale, ma l’esigenza di brevità, di immediatezza, di brillantezza e di coloristica, la foneticità di gente con solida storia collettiva.
L’autore, una volta in pensione, si è gettato con accanimento sul dialetto della sua gente, pubblicando libri  che ne rivelano i tratti  pittoreschi e una illesa freschezza, rivelando come esso costituisca un grande archivio di massime, di detti, di fonemi, di dati filosofici, umorali, scherzosi, scientifici, tutti naturalmente in chiave popolare.
Secondo Milanesi Il “casalino” è una “lingua vera e propria “, “una lingua che solo per le vicende storiche non ha avuto lo sviluppo della lingua nazionale”, ma ha “pari dignità”. Ciò lascia intendere che non è solo mezzo di comunicazione primario, ma elemento fondamentale della cultura locale e strumento espressivo della cultura popolare. Per paradosso – almeno come lo l’intendono Sanga e Leydi, suoi estimatori – funge da contrapposto storico alla lingua nazionale, quale strumento espressivo delle classi egemoni.

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