LA POESIA DEL LODIGIANO SANDRO BOCCARDI


Boccardi 3La formazione delle parole è uno dei settori in cui la lingua poetica a scavalco tra fine Novecento e il Nuovo Millennio ha innovato più intensamente, spesso contraddicendo le esigenze del lettore comune. Sintomatica la vicenda di Sandro Boccardi la cui poesia si fonda su un linguaggio “rasoterra” e propende a intrecciare preziosità lessicali, citazioni latine e dialettali, con una originalità di esiti che possono ricordare Rebora.
Pur avendo esordito come poeta una cinquantina di anni fa con A dispetto delle sentinelle nella collana “Oggetto e simbolo” diretta da Luciano Anceschi, pubblicato da Scheiwiller La città (con una lettera di Carlo Bo e disegni di Aligi Sassu), Durezze e ligature, Ricercari (con disegni di José Ortega, Le tempora (con una incisione di Enrico Della Torre), per le Edizioni 32 il racconto I nodi della terra (con incisioni di Robert Carrol)   Boccardi deve la  notorietà più alla attività di musicologo. L’ attività di studio e ricerca, e quella parallela di organizzatore di eventi lo hanno tenuto “sospeso” dalla poesia per alcuni lustri, ritrovata una quindicina di anni fa con voce più personale e matura.
In una nota Amedeo Anelli individua nell’originalità del convivere (senza problemi di conflitto) di ironia e sublime una delle categorie estetiche del pensiero boccardiano. Senza essere pia  la sua è una poesia religiosa. Che non annuncia miracoli, ma racconta  passaggi, sentimenti della quotidianità, luoghi e  stagioni. Il fascino delle  composizioni è in questo dire tutto dando l’impressione di dire tutt’altro; nella forza con cui fa cogliere il connettivo tra la metrica della parola e quello della musica.
Non è una poesia fatta di effetti. Ha ritmo meditativo. Se la testa del poeta è nella metropoli ambrosiana, il cuore è nella  Bassa, nella “sua” Bassa, dove le zolle sono profonde quanto un girone dantesco. Nei componimenti non manca in ogni caso il chiaroscuro, ma è quello dei ricordi e del reale, e quello terrestre delle stagioni e della durata. A lenirli c’è  il balsamo del canto che si fa talvolta preghiera senza supplica; che diventa musica, lezione teologica e summa del vivere.
Sandro Boccardi 1Nelle parole non si rintracciano eccessi, parole che possono tradire: da un lato  svelare, da un altro perdere. Il suo amore per la terra contadina non lo ammetterebbe. Nella terra, nelle stagioni c’è il cuore di tutte le cose . Boccardi le coglie passo dietro passo, da loro una durata, una corda tesa che è la durata lirica, con lucidità e tenerezza.
La forma breve fa da timone. Colpisce il desiderio insistente del poeta di ritrovare e ricapitolare, di ripartire dai luoghi e dai ricordi. Non c’è niente (o poco) di quell’intellettualismo novecentesco che si può trovare in tanta produzione  ottenuta da pulsioni radicalmente anarchiche e da forme di ribellismo eslege.
In lui tutto è reso sospirato, meditato, elevato a preghiera. Il dire è quasi un’elegia –  un ahi! ahi! per qualcosa  di perduto. Sa essere malinconico senza essere triste, anzi dolce di amore per quel modo che ha nel ritrovare simbiosi con la natura e il creato. E’ una poesia supportata dai flashback rievocativi, ricca di memorie e di spessori (“In quell’erba, tra i pioppi, s’affondava/una cappella votiva/(la ricordi?)/ di miracoli d’argento e fiori a punto erba…”). Non di quelle che costringono l’io a togliersi parola per decentrarsi altrove, ma che si riconosce in una esigenza profondamente umana e da canto alle nostalgie di ciò che è nella memoria.  E’ una poesia composta a zolle, non molto grandi, staccate dal terreno quando lo si lavora con amore.

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