NICCOLO’ AMMANITI, COSA RESTA SENZA I “CAZZEGGI”


niccolo-ammaniti-4674544_0x410Niccolò Ammaniti, romano, classe 1966, premio Strega (2007) con “Come Dio comanda”, da almeno una ventina d’anni sul fronte della narrativa è autore di successo: piace a molti (non a tutti), vende ed è tradotto (in francese, tedesco, inglese, spagnolo, russo e greco).
Tiene la scena dall’esordio ed ha raccolto l’interesse di registi famosi (Marco Risi, Gabriele Salvatores, Bernardo Bertolucci) che hanno trasferito cinematograficamente suoi romanzi: L’altro capodanno (1998), Branchia (1999), Io non ho paura (2003), Come Dio comanda (2008), Io e Te (2012). Gli ultimi due, già loro di taglio scenografico, avendo superato l’autore certi schematismi di scrittura, rendendola più secca, priva di  divagazioni e fronzoli, spogliandola in gran parte dei cazzeggi (termine rigorosamente suo), benché non manchino il ricorso a sgrammaticature, coniugazioni e congiuntivi fuori posto, a umorismi popolari… Ma, come dice o diceva lo stesso Ammaniti: “Uno scrittore deve usare il linguaggio adatto alla storia che racconta”.
Evidentemente è uno che ci sa fare con il pubblico, soprattutto se giovanile. La comunicazione, come si dice, ce l’ha nel dna. Parla con tutti, si è apre con tutti, scambia senza veli confidenze e rivelazioni. Non nasconde il suo impegno di sdoganare la letteratura dai rituali formali. Sembra’ capace di dire “qualcosa di più” quando ha in mente romanzi che fanno fatica a definirsi.
L’elenco dei suoi romanzi è lungo: Branchie (Ediesse), Ti prendo e ti porto via (Mondadori), Io non ho paura (Einaudi), Come Dio comanda (Mondadori), Che la festa cominci (Einaudi), Io e te (Einaudi), ancor più  quello dei racconti, tra cui è almeno da citare la raccolta Il momento è delicato.
Ammaniti è un autore che ha bisogno di essere “riassunto”, anche se a lui gli estratti non piacciono, e soprattutto non piacciono le “identificazioni”. In particolare quelle coi “valori” (borghesi, naturalmente).
Figlio di uno psichiatra (Massimo, col quale ha scritto Nel nome del figlio), una laurea mancata (senza ripianto), una moglie attrice (Lorenza Indovina) non esita a dichiarare che quel che manca al cinema italiano “è la follia”. Nessuno gli ha mai replicato.
Cinema, radio, narrativa, ma anche fumetto sono nel suo repertorio. Anzi, il fumetto è quel genere che ha contribuito a plasmare il suo stile narrativo (Fa un po’ male, Einaudi, 2004). I suoi libri sono tradotti in una quarantina di paesi, i suoi interventi si trovano su Ciak, Pulp, Tuttolibri, Micromega, Musica, Rollin Stong…
Da tutto ciò si conclude che Ammaniti piace ai lettori e anche a coloro che di lui non sanno niente o sanno poco, benché sin qui egli abbia  rilasciato un mare di interviste. Qualche critica severa non manca al palmares, in particolare dopo aver vinto il Premio Strega (2007). Da non dimenticare quelle di Guglielmi e Cortellessa, respinte dall’autore perché non entrerebbero nel merito del libro. Mah!
In cosa si distingue lo scrittore romano dai tanti scrittori “di scuola” della sua età che s’incontrano in giro? Sicuramente non la disgressività. Oggi, un luogo comune, largamente maneggiato dagli scrittori di genere. Piuttosto è l’autenticità del modello pop. Nei suoi libri, molto diversi tra loro, c’è una serie di cose “strane”. Non è tanto il linguaggio o lo stile o l’io, che pare ci sia solo in parte, ma l’immaginario, la costruzione, il modo di cucinare (o di giocare) con tante cose: il thiller, il fantasy, l’horror, la fantascenza, la biologia, il messaggio…Sono i bambini, quelli che gli piacciono di più. I suoi “eroi”. “Loro– disse una volta in una intervista al Festivaletteratura di Mantova – sono capaci di passare attraverso le più grandi disgrazie dell’umanità, continuano ad essere forti e a ricostruire il proprio mondo. L’infanzia, l’adolescenza, sono periodi assolutamente magici… grazie alla fantasia, alle risorse di bambino riesci a sopportare di tutto”.

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